Jakarta (askanews) - Il turismo morboso sulle proprie disgrazie è diventato una maniera di sopravvivere per gli scampati a una devastante colata di fango eruttata il 29 maggio del 2006, nel distretto di Porong sull'isola di Java, in Indonesia. All'origine della catastrofe il vulcano Lusi che da anni e senza sosta sputa argilla, rammollita dall'acqua.

L'eruzione di dieci anni fa ha inondato villaggi, case, strade, campi di riso e fabbriche, costringendo all'esodo 44mila persone e uccidendone 14. Le cause vengono attribuite o al terremoto di Giacarta del 27 maggio 2006 oppure alle trivellazioni del terreno da parte di una società petrolifera, la Lapindo Brantas, che pur pagando degli indennizzi ha sempre negato qualsiasi responsabilità in quello che viene definito uno dei peggiori disastri ambientali dell'Indonesia.

Il Lusi è considerato il più grande vulcano di fango del mondo e secondo i geologi che stanno monitorando la zona sta mostrando segni evidenti di collasso. Ma il geyser che ogni giorno emette fango e acqua in grado di riempire una decine di piscine olimpioniche attira un numero crescente di turisti.

Oggi Harwati si è inventata un lavoro come guida turistica portando avanti e indietro i curiosi che intendono visitare i luoghi del disastro per guadagnare una manciata di dollari al giorno.

"Qui una volta c'era il mio villaggio, si chiamava Siring", ricorda Harwati. "Allora facevo la casalinga ma dopo che la mia casa è stata inghiottita dal fango, tutto è cambiato. Non c'era più lavoro e sono diventata una profuga".

E così la curiosità morbosa è diventata un mezzo per cercare di mettere insieme il pranzo con la cena.

"Volevo proprio vedere con i miei occhi le dimensioni della colata di fango", dichiara un problematico turista emergenziale. "Avevo sentito dire che tantissime case era rimaste sepolte dalla colata e volevo farmene un'idea precisa".

Per i sopravvissuti si tratta di fare di necessità virtù all'interno di un disastro multidimensionale in quanto gli abitanti della zona non hanno perso solo le loro terre e le loro case ma anche lavoro, salute e un ambiente salubre e sostenibile. Mentre gli indezzi, pagati insieme dal governo e dalla Lapindo, non sono riusciti a ricostruire una realtà nemmeno approssimativamente vicina alla situazione precedente l'eruzione.

(Immagini Afp)