Aleppo (askanews) - Un neonato di due mesi estratto vivo dalle macerie di Aleppo dopo 12 ore di ricerche. Queste immagini hanno fatto il giro del mondo nell'estate del 2014 e sono diventate un simbolo della guerra in Siria. Il soccorritore Khaled faceva parte dei caschi bianchi, soprannome della difesa civile di Aleppo, eroi anonimi in una guerra che non ha pietà di nessuno. "E' un miracolo che sia ancora vivo. E' per mostrare al mondo cosa succede qui", diceva.

Khaled è morto l'agosto scorso ucciso a sua volta da un raid aereo. I caschi bianchi lavorano nella zona di Aleppo che è in mano ai ribelli. Sono fornai, studenti o imbianchini, tutti volontari. Prima delle missioni di soccorso coprono col fango i camion per non diventare un obiettivo dei raid. "Un giorno siamo stati colpiti da un missile. Ci eravamo mossi per dare una mano ma alla fine siamo stati noi ad essere soccorsi", ricorda Mohammed Wawi.

Il gruppo creato nel 2013 si è fatto conoscere tramite i video diffusi su Internet, come questo di Idleb, pubblicato a fine settembre. Negli ultimi mesi è diventato sempre più difficile lavorare. "Nell'ultima settimana sono state colpite dai missili due nostre caserme, 10 veicoli sono distrutti e sette persone sono state ferite", sottolinea Bibres Mashaal, direttore del Centro della difesa civile. I sostenitori di Assad li accusano di essere di parte, mentre loro insistono sulla neutralità dei volontari che che corrono a soccorrere chiunque con i loro caschi bianchi. Dei caschi che non riescono a proteggerli proprio sempre. In tre anni sono morti 142 volontari.