Dopo esser diventata Patrimonio dell'Umanità Unesco l'anno scorso, sta diventando una delle attrazioni turistiche principali del Kyushu, anche se e' un posto triste, che evoca memorie brutali e suscita inquietudini sul futuro dei rapporto tra umanità e ambiente. E' l'isola abbandonata di Hashima, nota con il nomignolo di Gunkanjima a causa della sua forma che ricorda una nave da battaglia (addirittura una specifica della Marina Imperiale, la “Tosa”). Situata a circa 19 chilometri dal porto di Nagasaki, su un'area circondata da mura frangiflutti di 63mila metri quadrati (460 metri per 180) in parte reclamata al mare, Gunkanjima e' stata il posto più densamente abitato al mondo prima di diventare una desolata landa di edifici in rovina dove non vive più nessuno: il tutto nell'arco di soli 25 anni. Dal 1887 al 1974 e' stata una grande miniera di carbone, estratto dalle profondità sottomarine, arrivando a ospitare fino a 5.259 persone (nel 1959), con una densità di 1.391 persone per ettaro. Dal luglio 2015 e' diventata World Heritage come parte dei “Siti della rivoluzione industriale Meiji”, ossia simbolo del decollo industriale del Giappone tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento. Il governo sudcoreano aveva sollevato obiezioni, sostenendo che a Gunkanjima avevano lavorato migliaia di coreani in condizioni di lavoro forzato e semi-schiavitu', specialmente nei primi anni '40. Ma alla fine l'ha spuntata - anche con la promessa di istituire un centro di informazioni -, la volontà specifica del premier Shinzo Abe, interessatissimo alla benedizione Unesco sui siti (alcuni dei quali nella sua provincia di origine, Yamaguchi) che promossero la cosiddetta modernizzazione del Giappone sul fronte delle miniere, del ferro e dell'acciaio, della cantieristica navale.
E' meglio prenotare la visita turistica in barca di alcune ore, con partenza dal porto di Nagasaki: altrimenti si rischia di non trovare posto. Una gita che inizia in modo piacevole lungo la baia, contornata da attrazioni come la “collina degli stranieri”, uno spettacolare ponte e i cantieri - vecchi e nuovi - della Mitsubishi (che fu anche proprietaria di Gunkanjima). Si procede al largo della penisola di Nagasaki, mentre viene proiettato un video sulla storia dell'isola, che spunta dal mare poco dopo l'isola di Takashima (dove c'era la miniera principale). Si può infine scendere e visitare l'isola lungo un percorso predefinito, tra le spiegazioni rilasciate da guide volontarie (alcune delle quali dicono di aver abitato in giovinezza in qualcuno degli edifici ora pericolanti e degradati dai tifoni). Si apprende cosi' che i minatori scendevano fino a oltre mille metri di profondità, tra temperature oltre i 30 gradi, con una umidità al 95% e il rischio sempre presente di esplosioni di gas. Nell'isola non c'erano alberi: la loro nostalgia porto' a realizzare quelli che sono considerati i primi “rooftop vegetale gardens” del Giappone. Tra le strutture in rovina, spiccano l'ospedale, la scuola elementare, i dormitori per minatori, gli ingressi alle miniere, un piccolo tempio, i resti delle strutture di stoccaggio e di trasporto del carbone. Non mancarono un cinema, un pachinko e il primo condominio in cemento armato del Paese. Dopo una produzione di 15,7 milioni di tonnellate di carbone, la miniera fu chiusa il 15 gennaio 1974 e dal successivo 20 aprile l'isola non ebbe più alcuna abitante. Al termine della gita, i turisti ora possono comprare confezioni di biscotti a forma di carbone. E riflettere sulla transitorietà di tutto. Il che e' proprio quello che da' un inquietante fascino all'isola della Nave da Battaglia, non a caso anche fonte di ispirazione per episodi cinematografici (da “Battle Royale” a “Skyfall”).