Sarebbe stato semplice trovare scuse per fare la scelta più comoda: in fondo, altri dicevano, si trattava di una formalità. E soprattutto c'erano le tre figlie piccole. Ma i due giovani genitori, dopo l'8 settembre, rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salo' - come esigevano le autorità giapponesi - e per questo furono internati in campi di prigionia a Nagoya, dove patirono freddo e fame. Le bimbe rischiarono di morire e un giorno, per guadagnarsi il rispetto dei carcerieri, Fosco Maraini, confidando nelle particolarità della psicologia giapponese, si taglio' il dito mignolo di fronte a tutti. Le razioni di cibo aumentarono un po'. Dopo la fase dei bombardamenti americani, arrivo' la fine della guerra e dal cielo piovvero finalmente le prime ampie provviste sui confinati. Maraini (1912-2004) non lascio' il Giappone. Anzi, ne divenne il massimo conoscitore, al quale tutti gli italiani che hanno un forte interesse per il Sol Levante si sentono riconoscenti per la sua poliedrica opera di scrittore, esploratore, antropologo, accademico e fotografo documentarista. La gratitudine si estende ora alla nipote Mujah Maraini-Meleni, che nel suo primo film documentario “Haiku on a plum tree” racconta questa storia di famiglia che ascende a significati universali. Mujah e' la figlia di Toni, terzogenita di Fosco Maraini e Topazia Alliata, che con le due sorelline Dacia e Yuki passo' due anni di ordalia (e aveva solo due anni). I due genitori - giovani belli, dinamici e anticonformisti nell'Italietta autoritaria degli anni '30 - si trasferirono in Giappone nel 1938, quando lui ebbe incarichi di insegnamento prima in Hokkaido e poi a Kyoto, finendo poi nel turbine della guerra.
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