Washington (askanews) - Beati gli ultimi perché saranno i primi. Dalle beatitudini evangeliche alla lotta all'ultimo voto, all'ultimo sangue e all'ultima mail..., per ottenere la corona e lo scettro di presidente degli Stati Uniti nella volata finale dell'8 novembre. Ancora una volta la colpa è di Donald Trump, il giamburrasca della storia politica Usa che sotto un imbarazzante riportino dal colore improponibile disegna strategie molto lucide.

Contando su un sostegno a dir poco riluttante della machine repubblicana, il tycoon del real estate ha fatto una scommessa per uscire dal bacino elettorale di un partito che non lo ama: portare al voto l'America bianca profonda, quella che solitamente non va nemmeno a votare. Una maggioranza forse silenziosa ma sempre più angosciata, stritolata da meccanismi finanziari che, con globalizzazioni e delocalizzazioni, hanno impoverito la classe operaia.

È qui che scatta la controffensiva di Hillary Clinton che ha deciso di andarsene a spasso in bus attraverso la Rust belt degli Stati Uniti, nel cuore cioè della cintura della ruggine, la zona dei vecchi stati industrializzati ora in declino. È la regione dei Grandi laghi e del North-Midwest che deve tirare ogni giorno di più la sua cintola, arrugginita come le fabbriche abbandonate e desolate del suo panorama industriale una volta fiorente.

Hillary vuole andare, coraggiosamente, a caccia dei voti dei lavoratori bianchi, quelli che la vedono come il fumo negli occhi, come l'uomo di quella Wall Street che a furia di trattati di libero scambio ha messo economicamente in ginocchio le fabbriche statunitensi.

Anche l'elettorato una volta democratico sembra sensibile alle sirene di Trump. Non a caso nei quartieri popolari francesi il Front national di Marine Le Pen miete messe di voti. Un copione che sembra ripetersi a Monessen, Pennsylvania, oggi l'ombra del florido centro industriale di una volta.

Trascurato dalla Clinton, è diventato una tappa obbligata per Trump. E ora anche il sindaco di Monessen, Louis Mavrakis, democratico da una vita, ha deciso di cambiare il suo voto: "Tutto è cominciato a crollare intorno al 1980 e da allora è andato di male in peggio. Adesso siamo giunti a una disperazione senza speranza. Tutti capiscono che di loro non gliene frega niente a nessuno".

A tutti ma non a Trump, qui molto generoso di promesse elettorali. "Sta dicendo quello che la gente vuole sentirsi dire. E quello che vogliono è solo un po' di speranza. Guardatevi intorno. Finite le scuole i nostri ragazzi che futuro hanno? Non c'è più lavoro".

La Clinton ha fiutato il pericolo e deciso di correre ai ripari.

"Nei primi 100 giorni forzeremo le resistenze della burocrazia economica e politica dando vita al più imponente programma di infrastrutture e di opportunità di lavoro mai visto dalla Seconda guerra mondiale", ha promesso a Philadelphia.

La sfida per la Rust belt e la working class è appena cominciata. Speriamo solo che duri anche dopo la stagione delle promesse elettorali.

(Immagini Afp)