Dacca (askanews) - Il Myanmar (Birmania) e il Bangladesh hanno raggiunto un accordo per il rimpatrio degli oltre 650mila profughi islamici di minoranza Rohingya, fuggiti dallo stato birmano di Rakhine dopo la violenta repressione dell'esercito, considerata dalle Nazioni Unite une vera e propria operazione di "pulizia etnica".

L'intesa, finalizzata a Yangon, in Birmania, prevede che il rientro "sarà completato preferibilmente entro 2 anni dall'inizio del rimpatrio" ma secondo diversi osservatori internazionali il piano, per com'è concepito, è insufficiente ad assicurare il rispetto dei tempi.

Secondo l'emittente britannica Bbc, infatti, nonostante la proposta iniziale del Ministero degli Esteri bengalese di rimpatriare 15mila persone alla settimana, la cifra concordata dopo il negoziato è stata ridotta a 300 persone al giorno, cioé 1.500 alla settimana. Calcolando che in un anno ci sono 52 settimane, sono appena 156mila i Rohingya che sarebbero rimpatriati in 2 anni, una cifra ben lontana dai 650mila rimpatri previsti, per i quali, invece, ci vorrebbero circa 10 anni.

Insomma il problema dei profughi Rohingya, nonostante le premesse, sembra molto lontano da una soluzione. Intanto l'Unicef lancia un nuovo allarme, soprattutto per i bambini.

Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, infatti, la salute e la sicurezza di oltre 520mila bambini Rohingya che vivono nei campi profughi in Bangladesh potrebbero essere ancora più a rischio in vista della stagione dei monsoni e dei cicloni in arrivo.

Sono già stati segnalati oltre 4mila casi sospetti di difterite, con 32 decessi, fra cui almeno 24 bambini. Per questo è partita una campagna di vaccinazione ma si teme che il maltempo in arrivo potrebbe determinare una crescita esponenziale di questi problemi, fino a trasformarli in una vera e propria epidemia.