Roma, (askanews) - Marco Vecchietti, consigliere delegato di RBM Salute, fa il punto negli studi di askanews sul momento della sanità integrativa in una fase di cambiamento del modello di welfare del paese. Come funziona innanzitutto il mercato della sanità integrativa?

"La sanità integrativa oggi nel nostro paese è interpretata soprattutto da strumenti di natura collettiva. Il 70% della sanità integrativa è realizzata attraverso fondi che hanno una origine di tipo contrattuale o comunque di tipo aziendale. Circa un 30 per cento degli strumenti invece sono di tipo individuale, dunque sono legati alla scelta del singolo di andare ad ampliare quella che è la protezione di base messa a disposizione dal servizio sanitario nazionale. Ci stiamo riferendo ad un settore che ha una dimensione di circa 5 miliardi di euro rispetto ai 37 miliardi complessivi di spesa sanitaria privata e ai circa 110 miliardi di spesa sanitaria pubblica. Una dimensione che oggi riguarda circa 20 milioni di italiani e quindi con ampi margini di crescita. Soprattutto perchè si è prevalentemente concentrati nel mondo del lavoro dipendente e delle libere professioni".

"Il problema dell'Italia, come dimostrano questi numeri - prosegue Vecchietti -, non è tanto quello della diffusione, che è comunque un tema all'attenzione, quanto in realtà il fatto che non esista una politica organizzata e pianificata di collaborazione tra primo e secondo pilastro. Quindi le polizze ed i fondi sono funzionali ad integrare e rafforzare il servizio sanitario nazionale ma rispondono prevalentemente a delle logiche legate alla contrattazione. Dunque si tratta ancora di una forma di retribuzione differita. Nei principali paesi europei invece il legislatore ha già assegnato a queste forme un ruolo sociale e specifico, in alcuni casi come in Francia è un ruolo di piena complementarietà al sistema sanitario di base, nel caso del Regno Unito è un modello di integrazione o di sostituzione ad esempio per la risoluzione dei problemi delle liste di attesa. E questo fa sì che anche a fronte, come in UK, di una minore diffusione tra i cittadini il livello di intermediazione della spesa privata, quindi la quota che i fondi e le compagnie assicurative sono in grado di rimborsare è più che tripla rispetto all'Italia".

Quale quindi il modello a cui l'Italia deve tendere?

"Possiamo dire che di fatto sono i numeri che dovrebbero indicarci quali sono le vere esigenze ed emergenze in campo sanitario. E qui ci sono due fattori su tutti, il primo è legato alla capacità sempre maggiore della medicina di cronicizzare le malattie ed allungare in generale la vita dei cittadini, con richiesta di nuove risorse e nuovi investimenti, con uno scenario finanziario in una battuta sicuramente non compatibile con l'approccio al contenimento della spesa che il servizio sanitario nazionale ogni anno è costretto a subire. Il secondo elemento è quello dell'incidenza della spesa sanitaria privata sulle famiglie. Oggi ci sono 37 miliardi che i cittadini italiani pagano direttamente con il loro portafoglio che vanno ad aggiungersi al finanziamento al SSN anch'esso pagato attraverso le tasse. Per dirla con valori individuali noi paghiamo più di 1870 euro a testa per finanziare il SSN, che è una fortuna che ci sia, al quale aggiungiamo altri 600 euro a testa per finanziare ulteriori coperture e prestazioni sanitarie che andiamo ad acquistare all'esterno del servizio sanitario nazionale. Ecco la strada italiana è quella per noi di assicurare questa spesa, che essendo tutta individuale e legata al reddito è la forma più iniqua di ripartizione dei bisogni sanitari".