Rho (askanews) - Grazie all'ampliamento della classe media nei Paesi emergenti, le esportazioni italiane di quei beni di consumo di fascia medio-alta, che si differenziano per il design, la cura, la qualità dei materiali e delle lavorazioni, passeranno dagli 11 miliardi di euro del 2014 a 16 miliardi nel 2020, pari a una crescita del 45% in sei anni. E' la previsione di Confindustria che con Prometeia ha presentato a Expo 2015 il sesto rapporto "Esportare la dolce vita". Alessandra Lanza, partner di Prometeia."Questa è una previsione tutto sommato conservativa, che sconta comunque un rallentamento dei Paesi emergenti rispetto al quinquennio precedente, quindi sono numeri assolutamente raggiungibili dalle nostre imprese che in alcuni casi hanno triplicato la loro quota su questi mercati negli ultimi cinque anni".I settori principali sono l'arredamento, l'abbigliamento, l'alimentare, il tessile-casa, le calzature, l'occhialeria e l'oreficeria. Quanto alla Cina, dove l'Italia è già il primo fornitore di cosiddetti Bbf, cioè prodotti belli e ben fatti, le prospettive sono buone, ma resta il problema della frammentazione."Per quanto molto si sia lavorato sue questo con consorzi di rete e di export, è certamente un tema che può essere superato con la presenza sull'online".Una strategia caldeggiata anche da colossi del commercio elettronico come Alibaba, rappresentato al convegno da Janet Wang della controllata TMall"Il mio suggerimento per le imprese italiane che vogliono vendere online in Cina è quello di venire e di imparare strada facendo, invece di fare progetti a lungo termine perché il mercato cambia rapidamente".Per quanto promettente la Cina sarà comunque per le imprese italiane di questo campo il terzo mercato, preceduto da quello degli Emirati al secondo posto e da quello russo, al primo posto, nonostante il difficile quadro macroeconomico e politico.