L'Italia torna a far paura sui mercati. E, ancora una volta, sono le banche a subire il contraccolpo più duro delle vendite. Nel corso delle ultime due settimane i titoli italiani del credito hanno perso quasi il 20% del loro valore.
Dopo l'iniziale respiro di sollievo per lo stop al governo Lega 5 stelle, ora a intimorire gli investitori sono le prospettive di nuove elezioni politiche, e sopratutto uno scenario in cui le posizioni euro scettiche potrebbero avere la meglio. Il rischio, temuto, è quello di una ridiscussione dei trattati con l'ipotesi, estrema, di un uscita dalla moneta unica. L'eventuale ridenominazione dei titoli italiani spaventa perché i possessori dovrebbero incamerare le perdite legate alla svalutazione della moneta. Ecco perché sul mercato si assiste auna vendita massiccia di titoli di stato anzitutto, come dimostra l'impennata del rednimento del titolo a 10 anni al 2.60 percento, al massimo da quattro anni. Ma il secondo effetto, ancor più evidente, è quello di un calo delle azioni delle banche, che non a caso sono tra le maggiori detentrici di debito pubblico. Se i titoli di Stato godono della protezione fornita dalla Bce, che con i suoi acquisti riesce a evitare tracolli eccessivi, sui listini azionari questa protezione non c'è. Così, sui titoli bancari si concentrano le vendite più aggressive. E visto che le banche devono svalutare subito in caso di perdita di valore dei titoli, a ogni rialzo dello spread di 100 punti, le banche arrivano a perdere il 3,7% del loro valore borsistico, pari a 3,4 miliardi. Denaro di piccoli e grandi risparmiatori che viene bruciato.