Rho (askanews) - Nei primi dieci mesi del 2015 le eportazioni di calzature italiane verso i Paesi dell'ex Unione sovietica sono calate del 32%, dopo un 2014 già negativo. Colpa delle sanzioni contro la Russia, ma anche della debolezza del rublo e del petrolio. I marchi del Made in Italy, riuniti fino al 17 febbraio a Milano per la più importante fiera al mondo dedicata alle scarpe di alta gamma, "theMicam", si sono però rimboccati le maniche come sottolinea Annarita Pilotti, presidente di Assocalzaturifici: "Lo stato di salute non è ottimale, però noi imprenditori ce la stiamo mettendo tutta. Il Made in Italy comunque è sempre all'avanguardia. Ci possono copiare le calzature, ma non lo stile, la creatività e la manifattura".Un esempio è quello di Gabriele Brotini, della toscana Pakerson, che si è rivolto verso il Medio Oriente. "Abbiamo cercato di ampliare i nostri mercati con uno sguardo verso il Golfo, verso i Paesi arabi, dove cominciamo a creare prodotti ad hoc per le esigenze locali come i sandali totalmente dipinti a mano in materiali pregiati. Sandali che possiamo trovare a Bubai o in Qatar a partire da 500 euro al paio".Un altro mercato promettente è quello dell'Iran, mentre cresce già a gonfie vele la Corea del Sud, in controtendenza rispetto a Cina e Giappone. A spuntare gli artigli dei produttori italiani è però il mancato obbligo di indicare il Paese di origine delle scarpe europee, opzione osteggiata da Paesi assemblatori di compenti asiatiche come Germania e Regno Unito.