Rho (askanews) - A fine Settecento il mais ha salvato dalla fame le popolazioni della pianura padana, a fine Ottocento è stato invece alla base della diffusione della pellagra, mentre nel Dopoguerra è scomparso dalle tavole dei contadini per imporsi come pilastro della zootecnica sotto forma di mangime. Oggi la globalizzazione mette in difficoltà i produttori italiani di granoturco, ma per questa coltura c'è ancora un ruolo di protagonista, come sottolinea Danilo Gasparini, docente di storia dell'agricoltura e dell'alimentazione all'Università di Padova, ospite a Expo 2015 del padiglione di Intesa Sanpaolo."Molto probabilmente il futuro del mais è legato a questo tipo di filiere energetiche e zootecniche, ma se torniamo alla polenta, visto che non è più cibo di necessità, c'è un forte recupero delle varietà antiche. C'è tutto un movimento che va a intercettare produttori e agricoltori di prossimità".Ritorna dunque l'interesse per la polenta e anche nel territorio italiano forse più legato a questo alimento, cioè la provincia di Rovigo, si respira aria di ottimismo come conferma Gilberto Muraro, presidente della Cassa di Risparmio del Veneto."Anche se il momento non è dei più felici il mais rimane importante nell'agricoltura, italiana, veneta, in particolare del Polesine, e soprattutto oggi l'economia polesana sa dimostrare di essere flessibile, con un ruolo crescente di frutteti, vigneti e ortaggi".Per il mais italiano sembra così esserci ancora spazio, purché gli agricoltori puntino sulla qualità e diversifichino con altre colture.