Milano (askanews) - Entrare e uscire, pubblico e privato, esterno e poi, finalmente, interno. Come se dentro casa potessimo porre fine a quell'incertezza che ci circonda quotidianamente. Come se ci potessimo davvero fermare. Ma non qui alla Triennale, qui non è possibile, perché gli ambienti si susseguono e ciascuno offre una nuova possibilità. Stiamo parlando della mostra "Stanze", che Beppe Finessi ha curato per la XXI Triennale internazionale, in corso a Milano dal 2 aprile, e che presenta undici possibili visioni di altrettanti creativi, chiamati a riflettere e a ricercare sul tema dell'architettura d'interni. Con esiti che, ogni volta, rimettono molte cose in discussione e che, in diversi casi, tengono viva una significativa componente di dialogo con l'arte.Voluta da Salone del Mobile, "Stanze" è un progetto espositivo ambizioso, che parte da un ragionamento storico sui modi in cui è cambiato il lavoro sugli interni e sugli esempi più importanti, per poi scaraventare lo spettatore in un piccolo tour de force attraverso luoghi che hanno la stupefacente capacità di essere sempre, al tempo stesso, nuovissimi e riconoscibili, come se tutti, almeno una volta, ci avessimo già abitato. Probabilmente perché Finessi si è spinto a dare spazio all'enunciato minimo dell'architettura, come dimostra, per esempio, l'ambiente firmato da Andrea Anastasio, oppure il progetto di una casa che ha le tonalità de La Vie en Rose di Lazzarini Pickering Architetti.A colpire ancora di più, però, sono le stanze di Alessandro Mendini, che scegliendo un titolo come "Le mie prigioni", può mettere in scena un ambiente che fa pensare al lavoro, molto concettuale, di un artista come il francese Daniel Buren, ma anche alla pittura di Frank Stella. Oppure, poco oltre, ecco la "Intro" di Fabio Novembre, una sorta di casa parlante con ingresso decisamente kitsch che unisce il concetto di protezione domestica all'insicurezza che deriva dal dover entrare dalla bocca di questa sorta di piccolo Leviatano.Il viaggio dentro la mostra è lungo e stimola una significativa partecipazione emotiva per lo spettatore, tanto che alla fine del percorso la stanchezza comincia a farsi sentire. Ma ciò che resta è anche la sensazione che certe cose possano succedere solo qui, alla Triennale di Milano, un'istituzione che è anche una forma mentis e che in certi terreni al confine della propria classica disciplinarietà riesce a dare il meglio di se stessa.