Venezia (askanews) - Una mostra molteplice e plurale, come plurali sono i futuri del mondo cui è espressamente dedicata. All the World's Futures, evento principale della 56esima Biennale d'arte di Venezia, è un percorso complesso, polifonico, a tratti radicale, che il curatore Okwui Enwezor ha costruito utilizzando filtri diversi e lasciando le porte aperte alle possibilità alternative, spesso rappresentate proprio da alcune parole. "Per me - ci aveva spiegato il curatore - le parole sono il modo per entrare in contatto con la soggettività umana, a livello più elementare. Il tentativo di dare voce a qualcosa, di dire qualcosa, di raccontare una storia".Come in ogni struttura complessa che si rispetti, nella mostra è possibile entrare da diversi luoghi e in diversi modi. Nelle corderie dell'Arsenale si può decidere di farsi abbagliare dai neon iconici di Bruce Nauman, che lampeggiano ininterrotti i concetti chiave della nostra vita, oppure, preferendo il padiglione centrale ai Giardini, sulla cui facciata ora campeggia un'opera di Glenn Ligon, ci si può perdere nel lavoro potente di Fabio Mauri, all'ombra del suo Muro occidentale o del Pianto, fatto di valige per Auschwitz e altre destinazioni senza ritorno, circondati da una serie di opere grafiche dai contenuti definitivi.Il racconto concepito da Enwezor è vastissimo e labirintico, come Venezia e come la vita. In assoluto arbitrio proviamo a fissare qualche altro punto, senza alcuna pretesa di esaustività: imperdibile il Dead Tree di Robert Smithson, artista simbolo della Land Art. Nell'imponenza naturale del suo lavoro si sente vibrare lo sguardo collettivo sulla fragilità umana e del pianeta. Poco più in là le storiche fotografie di Walker Evans sui bianchi impoveriti dalla Grande depressione, rese leggendarie dal reportage di James Agee "Sia Lode Ora a Uomini di Fama", sono un racconto silenzioso e, a 80 anni di distanza, ancora contemporaneo.All'Arsenale poi si possono incontrare i colori esplosi dei lavori di Katharina Grosse, che ridefiniscono le percezioni e l'idea stessa di pittura. In conclusione, per chiudere il cerchio tornando alle parole, care a Enwezor, ecco l'opera della francese Lili Reynaud Dewar, che accanto ai video delle sue celebri performance ha realizzato una sorta di teatro senza attori nel quale un dibattito sul tema del sesso ai tempi dell'Hiv diventa un dialogo tra manifesti accompagnato da voci musicali.Ma nell'Età dell'ansia anche l'assenza assume un valore di forte testimonianza.