Milano (askanews) - Una statua per Giovanni Paolo II che, nel 2011, ha scatenato molte polemiche dopo l'inaugurazione davanti alla stazione Termini di Roma. Oggi, oltre cinque anni dopo quel giorno, lo scultore Oliviero Rainaldi ripensa, con il dovuto distacco, al senso di quel suo importante lavoro.

"Potevo fare la grande marchetta della mia vita - ci ha detto nel suo studio di Forte dei Marmi - perché se io facevo una scultura celebrativa, rappresentativa, come le persone avrebbero desiderato che fosse, sarei stato un artista attualmente ricco, avrei avuto commissioni in tutto il mondo, perché il Vaticano mi avrebbe messo anche l'imprinting, ma non sarei stato me stesso".

Rainaldi parla delle connotazioni teologiche del suo lavoro, della ricerca sul senso di assenza e di accoglienza, parla della scelta di fissare Wojtyla in un momento nodale - e complesso - della sua parabola umana e pontificale.

"Ho voluto cogliere questa figura - ha aggiunto Rainaldi - nel momento quasi più drammatico della sua vita, che è quello tra il 2000 e il 2004, quando comincia la sua malattia, dove secondo me è stato potentissimo".

Una potenza, però, che nell'opera, significativamente intitolata "Conversazioni", si declina lontanissima dalla semplice volontà agiografica. "Tutti si aspettavano in questo caso un Papa trionfante, a cavallo con la spada, un vincitore. Io invece l'ho puntata sull'esatto opposto, sul perdente. Perché il vero cristiano è un perdente, Cristo è un perdente agli occhi umani".

La sensazione, ascoltando Oliviero Rainaldi, è che questo "scandalo", per usare una parola evangelica, potrebbe essere stata una delle cause della prima reazione critica di parte del pubblico. Ma lo scultore, oggi, ripensa alla vicenda con relativa serenità.

"Per me però è stata un'esperienza enorme - ha concluso l'artista - perché mi ha messo in contatto con il mondo, anche se me lo sono trovato addosso e contrario, e soprattutto sono rimasto da solo a farlo".