L'isoletta di Hashima (o, piu' popolarmente, Gunkanjima), 15 chilometri al largo di Nagasaki, e' oggi una sorta di attrazione turistica, specie dopo che nel 2015 e' diventata patrimonio dell'umanita' Unesco. Ma fu un luogo di grande sofferenza, specialmente durante l'ultima guerra, quando centinaia di lavoratori coreani vi furono portati per lavorare in condizioni disumane nelle sue sotterranee miniere di carbone, che si spingevano fin oltre mille metri sotto il livello del mare. Un epico film coreano, “The Battleship Island”, ha sbancato i botteghini a Seul nei mesi scorsi (fu rilasciato in oltre 2000 sale coreane, il che ha pure causato qualche polemica sulle dinamiche della distribuzione) ed e' approdato al Far East Film Festival di Udine: un kolossal dal grande budget (21 milioni di dollari), per il quale l'isola e' stata ricostruita in sei mesi, con qualche elemento di fiction come la fuga finale di massa di 400 coreani quando i giapponesi, verso il termine della guerra, decisero di far saltare in aria l'isola per seppellire i lavoratori coreani e con essi la verita' su quell'inferno.
Il regista Ryoo Seung-wan dice ora di sperare di “arrivare al Festival di Udine, la prossima volta, in treno”, passando per la Corea del Nord (all'ultima stazione ferroviaria di confine in Corea del Sud, Dorasan, c'e' gia' una grande mappa del futuro collegamento intercontinentale con l'Europa). La sua speranza e' che lo storico summit intercoreano del 27 aprile ponga le premesse per il sospirato trattato di pace che apra il confine che divide ermeticamente la penisola dai primi anni Cinquanta.
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