Venezia (askanews) - Il padiglione della Gran Bretagna, uno dei più celebri ai Giardini della Biennale di Venezia, è vuoto. Il progetto degli architetti Caruso St John e dell'artista Marcus Taylor per la Biennale architettura del 2018 è infatti una terrazza, costruita grazie a visibili impalcature, sul tetto dell'edificio, dove hanno luogo eventi e dibattiti, ma anche momenti di relax e ristoro. Un'idea che si inserisce, con la creazione di un nuovo spazio pubblico, nel filone voluto dalle curatrici Yvonne Farrell e Shelley McNamara per il loro FREESPACE, ma che rimanda anche, come recita il titolo "Island", all'idea di un'isola, con le sue asperità e i suoi pregi. Anche per dire, citando "La Tempesta" di Shakespeare, che non bisogna avere paura.

Nel padiglione della Romania, invece, quello che spicca sono i giochi, le altalene, le giostre o i palloni, elementi simbolici per richiamare l'idea dei ricordi che lo spazio sa generare. Il ragionamento del progetto "Mnemonics" ruota intorno al concetto della memoria collettiva in relazione, per esempio, agli edifici che hanno accompagnato certe esperienze di creatività e di libertà, in un'ottica di riappropriazione dello spazio che è uno dei fili rossi di questa Biennale architettura.

La relazione tra il nostro corpo, gli spazi e le condizioni di vita contemporanee orientano invece l'esperienza di chi entra nel padiglione olandese, che viene invitato a considerare anche temi come l'etica e il lavoro. Impossibile però, in prima battuta, non essere colpiti dalla ricostruzione della stanza da letto di John Lennon e Yoko Ono, ma il discorso che viene affrontato nel padiglione dei Paesi Bassi è più ampio, e comprende il confronto con le tecnologie dell'automazione, piuttosto che suggestioni di un'architettura alternativa per società alternative. Il tutto con un misto di riflessione e inquietudine che dà una cifra più complessa all'esperienza di visita.