Milano (askanews) - L'arte contemporanea, dice un curatore brillante come Massimiliano Gioni, è la crisi costante della sua stessa definizione. E la sensazione fisica di un momento di crisi, da molti punti di vista, si percepisce appena varcata la soglia di Prometeogallery a Milano, dove è allestita la mostra "L'Abbeveratoio" dello spagnolo Santiago Sierra. Già, perché il primo simbolo che si riconosce nello spazio espositivo è una svastica posta su un piedistallo e con uno specchio alle spalle.

Nella nostra cultura la svastica rimanda necessariamente al nazismo, ma in questo caso Sierra si è appropriato di un simbolo ben più antico, quello dell'induismo e del buddismo, che rispetto alle bandiere hitleriane ha una rotazione inversa, orientata verso sinistra. In questo contesto, e qui scatta il secondo passo della mostra e, se volete, il secondo movimento verso la crisi, arrivano anche i topi, protagonisti del grande video che documenta sia una prima fase del progetto di Sierra, sia la vita degli animali in un tempio indiano dove sono considerati sacri, in quanto incarnazioni di uomini mutati in ratti da una dea per sottrarre le loro anime al dio della morte. Animali infimi, dunque, ma salvifici, e per questo ecco che in un recipiente anch'esso a forma di svastica, i topi vengono nutriti con del latte di soia, alimento simbolico della vita dei mammiferi e del concetto stesso di accudimento.

L'iconografia di Sierra - la sua cruda mistica, ci verrebbe da dire - è ipnotica, soprattutto nel video: i ratti appaiono sia nella loro sgradevolezza, sia avvolti da una sorta di aura magica, sottolineata dal montaggio al contrario di molte sequenze del film. Ma una nuova crisi, quando il momento psicologico della mostra sembra ricomporsi, arriva poco dopo.

Una performance di cucina andina, infatti, porta in tavola proprio 13 topi, i Cuy, ritenuti in Sudamerica una vera prelibatezza. Naturalmente il numero rimanda alle portate dell'Ultima Cena, naturalmente la stratificazione estetico-simbolica si fa più fitta e più disturbante. E il senso della crisi si impadronisce ancora una volta dello spettatore.

La nostra sensazione, uscendo dalla galleria di via Ventura, è di avere assistito a qualcosa di forte, seppur per molti versi non esplicitato. Una definizione di quello a cui abbiamo assistito, se mai fosse oggettivamente possibile, potrà forse arrivare dopo. In ogni caso pensiamo che avrà a che fare con la solita costante messa in discussione di ogni definizione. E via di seguito.