Venezia (askanews) - Ritornare a visitare la Biennale d'arte di Venezia nel pieno dell'estate è un'esperienza utile per porsi alcune domande. Prima fra tutte quella su quanto tempo occorra per capire davvero la portata di un evento artistico di tale ampiezza. La risposta precisa, ovviamente, non la troveremo mai, ma la sensazione è che una presa di distanza dalla magnifica follia dei giorni della preview e un più lento penetrare nell'esperienza-Biennale sia utile e sia parte della stessa idea di fondo dell'esposizione.

In questo senso è significativo ripartire dall'Arsenale, dai suoi muri consumati dal tempo e dal mare, per mollare gli ormeggi ideologici o culturali e perdersi, ancora, all'interno di un evento che - bello o brutto che lo si possa giudicare - mantiene, e forse oggi amplifica, elementi di sconfinatezza, tanto sconsiderata quanto costantemente affascinante.

L'Arsenale, si diceva, dove si viene accolti con calore dalle strutture di legno colorato di Rasheed Araeen, che lo spettatore è invitato a spostare, componendo la propria opera da Biennale. Ma superata la soglia dell'ingresso che, per quanto ci si faccia l'abitudine resta comunque un confine che implica sia incertezza sia desiderio di scoperta, ripercorrere questa parte della mostra "Viva Arte Viva" di Christine Macel è per certi versi necessario, ora che il clamore si è attenuato, per rendersi conto tanto di come la curatrice francese abbia scelto davvero moltissimi "nomi nuovi" (almeno per il pubblico più vasto) quanto del fatto che, senza troppi ammiccamenti all'estetica, ciò che rimane attaccato all'esperienza di visita oggi è la sensazione che effettivamente ci sia vita in queste sale, ci sia un'idea di arte che senza troppi proclami fa qualcosa e mette in circolo delle vere sensazioni.

Queste sensazioni, naturalmente, ruotano intorno a dei poli magnetici che appaiono i consolidati fulcri dell'esposizione e che noi identifichiamo nella tenda sacrale di Ernesto Neto, ma anche nella triplice proiezione "Traces" della turca Nevin Alagad e infine nella polvere in movimento di "One Thousand and One Night" di Edith Dekyndt, un lavoro che unisce alla perfezione l'inutilità e la necessità. Tutto ciò compone qualcosa che prende senso e che armonizza l'esperienza complessa dell'Arsenale, che culmina, non solo a livello di percorso geografico, nel Padiglione Italia di Cecilia Alemani. Inutile spendere troppe parole: intorno alla metà del periodo della Biennale il lavoro di Giorgio Andreotta Calò appare ancora più sorprendente del primo giorno, il suo specchio d'acqua e d'architettura è ancora più immobile, ancora più vivo, per restare nel terreno scelto da Christine Macel. La Stella Polare di questa 57esima Biennale d'arte resta qui, su quelle scale instabili e poco illuminate che guardano verso l'impossibile.

Ai Giardini l'atmosfera, anche nella canicola, appare meno complessa, più riconoscibile: nella mostra internazionale ci sono Eliasson, e Parreno. All'esterno ci sono i padiglioni nazionali di Francia e Gran Bretagna, che dialogano nella distanza tra le masse e il suono, c'è la consapevolezza intima e politica di Mark Bradford per gli Stati Uniti e, ovviamente c'è la Croce del Sud (se Andreotta Calò era la Stella Polare) rappresentata dal pazzesco progetto di Anne Imhof per il padiglione tedesco. Inutile ritornarci: il Leone d'Oro per le partecipazioni nazionali era giusto che arrivasse qui, oggi più che mai, perché la vitalità di questa fotografia complessiva del mondo dell'arte che la Biennale prova ogni volta a scattare - parziale quanto volete, ma vasta, molto vasta - non può prescindere da un approccio scomodo, difficile e doloroso come quello della Imhof.

Tornare alla Biennale serve anche a questo ossia a capire come la forza di un evento, e per traslato la forza di una contemporaneità stia proprio nel riuscire ad affermare, pur senza un oggetto specifico per questa affermazione. Se ci pensate, in questa opportunità c'è anche il senso di una libertà radicale. Viva, per l'appunto.