Milano (askanews) - Niente, mai è davvero ciò che sembra, anche se spesso ci somiglia molto. A sostegno di questa intrigante idea arriva anche un ricco saggio della storica dell'arte Anna Ottani Cavina, "Terre senz'ombra", secondo volume della collana Imago di Adelphi. Un libro che, attraverso una analisi molto minuziosa, mette in luce come gli artisti stranieri scesi in Italia tra il Seicento e l'Ottocento abbiano in qualche modo letteralmente creato, con la mediazione dei loro dipinti, ciò che chiamiamo il paesaggio italiano. "Non è mai lo specchio di quello che si vede con gli occhi - ci ha spiegato la professoressa - è sempre filtrato in maniera molto soggettiva e alla fine questo diventa poi l'idea forse dell'Italia che è transitata anche lontano da qui".Così, per fare l'Italia, un Poussin o un Thomas Jones svolgono, a un altro livello, ma non meno incisivo, un ruolo simile a quello del Risorgimento, in un gioco di specchi e rifrazioni che è brillantemente filosofico. "A cavallo tra Sette e Ottocento - ha aggiunto Ottani Cavina - quando in fondo la Rivoluzione francese ha spazzato via ogni idea di religione e di grandi icone, è attraverso il tema del paesaggio, che prima magari era un tema secondario, che passano molti elementi, come l'idea del mistero. Nella pittura romantica di paesaggio transita di nuovo una certa ricerca dello spirituale, della tensione verso l'alto che si esprime attraverso il paesaggio più che attraverso la pittura accademica di figura o la pittura di storia che è sempre stata centrale nella nostra tradizione".Una spiritualità che, anche qui in piena adesione con il romanticismo italiano, è parte della fondazione di una imagine dell'Italia, preziosa, come sapeva Massimo D'Azeglio, quanto l'unità politica per "fare gli italiani".