Milano (askanews) - Era il 1972 quando a Documenta 5 l'artista americano Edward Kienholz presentò l'installazione "Five Car Stud": la ricostruzione, in scala reale, di una insostenibile scena di violenza razziale. Ora l'opera dà il titolo alla mostra che Fondazione Prada a Milano dedica al lavoro di Kienholz e della moglie Nancy, in una antologica curata da Germano Celant che riesce ancora, nonostante il passare del tempo, a essere qualcosa di sconvolgente. "Ed Kienholz - ci ha detto Celant - porta questa sua radicalità utilizzando un'ambientazione nella quale il pubblico può entrare e quindi non solo essere un voyeur, un osservatore, ma anche un responsabile, con in Five Car Stud, dove chi entra è partecipe della violenza, è inevitabile".

Per poter osservare l'opera, infatti, è necessario entrarvi dentro, camminare sulla sabbia, sfiorare le figure degli aggressori e della vittima, un nero che sta per essere evirato alla luce dei fari delle auto. Ma anche nelle altre sale dell'esposizione i temi toccati dai Kienholz non sono meno urticanti: che la violenza riguardi le donne, come nel caso della postumana Pinball Machine erotica, oppure i bambini, come nell'allucinatoria "The Bear Chair", dove l'abuso è perpetrato da un orsetto di peluche, quello che emerge è, per dirla con Ed Kienholz, "il peso di essere americano". In tutto questo però, e qui c'è lo scatto che fa la differenza, resta evidente la ricerca irriducibile di una umanità, come ci ha confermato la stessa Nancy Kienholz.

"La speranza - ci ha detto - è che l'opera ti faccia riflettere su di te, su come tu reagisci a diverse situazioni. Abbiamo lavorato partendo da noi stessi, poi l'opera d'arte si prova a offrirla a qualcun altro... Noi abbiamo cercato di mostrare empatia verso i meno privilegiati".

L'atteggiamento simpatetico appare per molti versi la chiave di volta della mostra, perché sotto la devastante inquietudine che provoca, per esempio, l'immagine di una bambina abbandonata dal padre sull'autostrada, sotto i materiali di recupero che i Kienholz utilizzano ossessivamente, resta il bisogno vivo, seppur problematico, di umanesimo. "L'arte - ha aggiunto Germano Celant - deve mettere a disagio, creare delle domande, e questa è una mostra sulle domande che l'artista può porre a una società".

Domande che possono anche riguardare il modo in cui l'artista si pone di fronte alle proprie opere molti anni dopo. "E' stato interessante per me rivedere dei pezzi - ha risposto Nancy Kienholz - e mi sono piaciuti, ho pensato: che gran lavoro! E magari non li vedevo da 15, 20 o 25 anni... E' stato molto interessante, però, devo ammetterlo, anche faticoso".

E la fatica emotiva potrebbe essere anche una delle sensazioni che il pubblico della Fondazione Prada porterà più di frequente con sé al termine della mostra. Insieme però alla consapevolezza di avere assistito a qualcosa che ha solide radici nella storia dell'arte e che ha saputo citare tanto i collage cubisti quanto ispirare artisti chiave della generazione successiva come Mike Kelley o Paul McCarthy.