Venezia (askanews) - Una indagine per casi esemplari sul rapporto tra gli artisti di oggi e la storia, secolare e impegnativa, dell'arte nel nostro Paese. Codice Italia, il padiglione nazionale alla 56esima Biennale d'arte di Venezia, si presenta come un tentativo di narrazione per capitoli, rappresentati dalle stanze dedicate a ciascuno degli artisti chiamati dal curatore Vincenzo Trione, che guarda alla continuità con il passato. Una scelta che ha i suoi pregi e che presenta opere di indiscutibile forza, come l'installazione di Claudio Parmiggiani, forse la più interessante dell'intero padiglione, capace di evocare la storia, ma di parlare anche un linguaggio del tutto contemporaneo. Il curatore è andato sul sicuro puntando su altri due grandi maestri come Kounellis, sempre incisivo, anche con un pezzo classico del suo repertorio, o come Mimmo Paladino, che presenta una scultura che dialoga con il suo lavoro pittorico e ne rinnova il linguaggio. Una menzione va necessariamente anche all'opera di Vanessa Beecroft che ha immaginato un gruppo scultoreo interessante, reso ancora più evidente dal fatto di venire parzialmente nascosto da due grandi lastre marmoree.Ci sono anche i giovani, tra i quali spicca il lavoro del duo Alis-Filliol, anche questo ancorato a un'idea di monumentalità forte, in fondo coerente con quella "matrice originaria dell'espressione artistica nazionale" che il ministro Dario Franceschini, principale committente del padiglione italiano, ha sottolineato come caratteristica chiave di Codice Italia. Tutto molto chiaro, pulito ordinato. Trione ha fatto un lavoro che non lascia sbavature, e addirittura culmina con il superbo omaggio alla nostra arte di William Kentridge. Va a indubbio merito del curatore la scelta di evitare il sensazionalismo, nonostante la ricorrente - e forse anche un po' scontata - sovradimensione di molti lavori selezionati. Da ciò discende, altro merito di Trione, il rifuggere lo scandalo facile nonché la voglia di fare clamore a tutti i costi. In questa ricerca di sobrietà però si ha anche la sensazione che chi ha concepito Padiglione Italia si sia trattenuto fin troppo, si sia in qualche modo adagiato sul alcuni grandi nomi, su una formula sicura e inattaccabile - cosa che per molti versi è assolutamente vera e giusta - ma abbia perso l'occasione di compiere quel passo in più, di offrire allo spettatore quelle "scoperte inaspettate" che il direttore della Tate sir Nicholas Serota ha detto essere ciò che si va cercando ogni due anni tra i padiglioni veneziani.