Milano (Askanews) - A cinque anni fu internato in un lager nazista, ma Norman Manea, grande scrittore rumeno che da allora ha sempre vissuto in una condizione di esilio, anche da quella terribile esperienza ha saputo trarre energia creativa. E il suo sorriso è in qualche modo un'altra lezione su come guardare alla storia e alla vita, per poi creare arte. Lo abbiamo incontrato a Milano in occasione dell'uscita del suo libro di racconti "Varianti di un autoritratto", edito da Il Saggiatore."Un ritratto - ci ha detto - non è una fotografia, e un autoritratto è più di un ritratto, perché in un autoritratto l'autore è presente, pensate a Rembrandt: nei suoi autoritratti c'è una intera visione, una filosofia della vita. Insomma, è la vita presa come primo passo e stimolo per la letteratura e la creatività".Nel libro, che vive di alcuni momenti straordinari e di impreviste felicità, anche nella notte dell'Europa, Manea rielabora i temi cruciali dell'esistenza umana, giocando con la memoria e il linguaggio. "L'immaginazione - ha aggiunto - era in complicità con la realtà, e la letteratura era ovviamente in complicità con la vita"."La grande maggioranza degli eventi raccontati erano, a quel tempo, veri, - ci ha poi confidato - ora per un uomo che non è più molto giovane essi tornano con la memoria, che ti offre una registrazione che non è perfetta, come la memoria stessa".Tra i tanti racconti notevoli spicca il primo, "Il maglione", storia di un ragazzino nel lager che riesce in qualche modo a unire la lezione di Primo Levi e de "I sommersi e i salvati", con una voce di scrittore che, per la crudeltà con se stesso, ricorda i grandi americani, come per esempio Philip Roth."Il maglione - ha concluso Norman Manea - restituisce le grandi emozioni di un tempo di sofferenza e un cruciale momento di colpa per il ragazzo, perché lui si sente profondamente colpevole per aver sognato e desiderato quel maglione, ma non era per lui, era per la bambina più piccola, che però muore. E lui si immagina di essere colpevole di tutto ciò".