Roma (askanews) - L'epopea sportiva e umana di Pietro Mennea rivive su Rai1 il 29 e 30 marzo con la fiction "Pietro Mennea - La freccia del sud", con protagonista Michele Riondino, prodotta da Luca Barbareschi, diretta da Ricky Tognazzi.La fiction ripercorre la vita dell'atleta, l'infanzia a Barletta, l'incontro con l'allenatore Carlo Vittori, la fatica degli allenamenti e la sua ostinazione, la famiglia e tutti i suoi successi: dal record italiano nei 200 metri del 1971 alle Universiadi del Messico del 1979 in cui stabilì il record mondiale sui 200 metri, diventando l'uomo più veloce del mondo, fino al trionfo con l'oro di Mosca nel 1980. Riondino di Mennea ha amato molte cose, ma prima di tutto: "La passione che ha mosso l'uomo Pietro ad abbandonare i suoi affetti, la sua terra, e anche il mondo reale: parliamo di un uomo che a rischio di alienarsi completamente dal mondo reale si è chiuso in un centro sportivo e ha dedicato gran parte della propria vita alla sua attività agonistica, alla sua disciplina, alla velocità, alla lotta contro il tempo".Per Riondino è importante ricordare la concezione dello sport che aveva Mennea. "Pietro è l'icona per eccellenza dello sport italiano, ma abbiamo dimenticato cosa rappresentava: è uno che si è messo contro le alte dirigenze sportive quando queste impiegavano il loro potere politico per dettare regole non stabilite dagli alti concetti legati allo sport. In una scena del film il mio Pietro rimprovera ai dirigenti sportivi di aver dimenticato che alla base dello sport c'è il rispetto per l'avversario... Oggi l'avversario lo metteremmo sotto in macchina prima di giocarci contro.... Quindi facciamoci qualche domanda su dove siamo arrivati".