Roma, (askanews) - A 70 anni dalla Liberazione, e a 70 anni dalla sua uscita, Roma città aperta, il capolavoro di Roberto Rossellini, è ancora per tante generazioni successive il documento, per storia e immagini, che fa rivivere la violenza del nazifascimo, tra oppressione e speranza di libertà. A fare il punto sull'opera negli studi di askanews uno dei massimi esperti di Roberto Rossellini, il critico cinematografico e regista Adriano Aprà."Si parte a caldo, il film viene elaborato da Rossellini e Sergio Amidei, con la collaborazione di altri, subito dopo la liberazione di Roma, nel giugno del '44 - dice Aprà - lì viene pensato, per poi iniziare a girare nel gennaio del '45. Riferendosi ad eventi della Resistenza, i personaggi del partigiano, del prete o della popolana fanno riferimento a personaggi reali. La differenza tra realtà e finzione è minima. E' stato poi girato in condizioni precarie da un punto di vista tecnico e produttivo, con Rossellini che si è arrabbattato per recuperare fondi, trovare location o la stessa pellicola. Nonostante questo sorprende la compattezza narrativa del film, una forza narrativa che ha colpito da subito il pubblico. Per le generazioni successive che non hanno vissuto quel periodo si potrebbe dire che uno ha vissuto quel periodo perchè ha visto Roma città aperta". E' quindi una sorta di documentario real time, oltre che un capolavoro della storia del cinema:"Certamente - afferma Aprà - nell'inquadratura finale i ragazzini che hanno assistito a qualcosa di terribile per la loro età come la fucilazione di una persona a loro cara si allontanano sul panorama di Roma in cui in fondo si vede il cupolone che si era visto all'inizio del film dalla parte di piazza di Spagna. Questa chiesa, nel senso della ecclesia che unisce tutti, fa apparire questo finale che sembra disperato, un finale di morte, come un finale della vita che attenderà questa città". Quale altro messaggio lascia Roma città aperta?"E' il film che ha aperto la porta all'Italia, un paese che usciva dal fascismo si è presentato sugli schermi internazionali, prima negli Usa e poi in Francia, come qualcosa di completamente diverso, un film che parlava di argomenti scottanti e che era girato in maniera diversa. Non a caso in Francia prima e poi in Italia si è cominciato a parlate di neorealismo", conclude Aprà.