Milano (askanews) - Chi siamo noi: se lo chiede la filosofia da secoli, se lo chiedeva Paolo Conte e continuiamo a chiedercelo anche noi. A volte, nel sostanziale deserto di risposte, arrivano dai barlumi, imprevisti, di chiarezza. Succede, per esempio, con uno dei libri più interessanti usciti negli ultimi mesi: "La vita segreta" di Andrew O'Hagan, "tre storie vere dell'era digitale", recita il sottotitolo, che Adelphi ha pubblicato in Italia, tra l'altro con una bellissima immagine di copertina. Tre "pezzi" che sono letteratura ibrida e che parlano di Julian Assange, di identità create in Rete e di Bitcoin; tre storie che avrebbero potuto tranquillamente vivere ciascuna come un libro a sé. Ma lo scrittore scozzese ha scelto una strada diversa. "Io credo - ha detto ad askanews nel corso di un incontro a Milano - che queste tre storie funzionino al loro meglio se inserite in un unico contesto, in uno stesso libro".

O'Hagan racconta del proprio incarico di fare da ghost writer per il fondatore di Wikileaks, durante il suo periodo di "esilio" nella campagna britannica. La cronaca parla di un sostanziale fallimento del progetto di autobiografia dell'hacker australiano, ma nei fatti il racconto che oggi abbiamo tra le mani probabilmente ci dice molto di più di quanto avrebbe potuto fare qualsiasi "versione di Julian". Perché O'Hagan a un certo punto ha cambiato la prospettiva. "C'è stato un momento durante i sei mesi nei quali ho lavorato con Julian Assange - ci ha raccontato - nel quale ho capito che lui stava cambiando nella mia testa, passando da un soggetto biografico reale a un personaggio di fiction. Lui stesso lo ha visto accadere e a un certo punto mi ha detto: tu pensi di stare andando avanti con il mio libro, ma in realtà io ti sto aiutando a scrivere il tuo romanzo".

"La vita segreta", pur essendo ovviamente la documentazione di esperienze reali di O'Hagan, in questo senso reporter di se stesso, è anche - ha ragione Assange - un romanzo, per quanto inconsueto. Ma ogni scrittore questa cosa lo sa. "Alle volte - ha aggiunto l'autore - i confini tra la fiction e la non fiction sono molto sottili. In un certo modo l'immaginazione si mischia con la realtà e questa cosa accade in ciascuna di queste storie, per questo ho voluto lasciarle insieme, perché ciascuna si occupa di un personaggio principale che potrebbe essere tranquillamente un personaggio da romanzo, al quale è però capitato di essere vivo e di compiere azioni reali, ma avrebbero potuto benissimo essere solo dei personaggi".

La partita che il libro sceglie di affrontare si gioca proprio sul confine tra le finzioni, che è il nostro confine di tutti i giorni, il mondo in cui viviamo, probabilmente senza averne una consapevolezza razionale, ma il nostro corpo lo sa, il che è una prova - terrorizzante, se volete - di quanto certe dinamiche del tempo digitale siano entrate dentro di noi. Ronnie Pinn è certamente il nome di un giovane morto a 20 anni della cui identità O'Hagan si è appropriato per dimostrare quanto sia semplice creare una persona "reale" nel Web, e in particolare nella sua regione oscura. Ma Ronnie è anche una nostra rappresentazione, di ciascuno di noi, con diversi gradienti ovviamente.

E quando si chiude il libro si sente al tempo stesso paura, ma anche sollievo, perché in qualche modo ci sono possibilità, ci sono racconti, c'è questa letteratura che è anche una forma di salvezza. "Io voglio che il lettore - ha concluso Andrew O'Hagan - si senta in qualche modo moltiplicato dalla lettura di questo libro. Volevo che fosse una sfida all'idea che ogni persona sia solo quella persona. Nell'era digitale si scopre che la gente ha personalità multiple. I social media ci consentono di creare degli altri noi stessi per mandare nel mondo altre versioni di noi. Noi scriviamo e interpretiamo e distribuiamo un film intitolato 'La mia vita', ognuno di noi".