Milano (askanews) - Lacan e Freud, ma anche Marcel Broodthaers. Filosofia, linguaggio e pittura. Ci sono molte suggestioni silenziose, almeno a una prima occhiata, nella mostra che Edoardo Bonaspetti ha curato in Triennale a Milano sull'artista belga Walter Swennen. Un'esposizione che, nella luce del piano più alto del Palazzo dell'Arte di Giovanni Muzio, mette in evidenza l'eclettismo di un percorso creativo che interseca ipotesi di comprensione e false piste, interpretazione e nonsense, linguaggi diversi, in tutti i sensi.

"La pittura farà da sé" è una mostra che nega la relazione tra rappresentazione e realtà, ma, ovviamente, nel farlo lascia che l'idea di realtà sopravviva dentro i dipinti, che a questo punto assumono una piena centralità narrativa. All'interno della quale Walter Swennen ha la lucida crudeltà per usare segni apparentemente riconoscibili - le lettere, piuttosto che certi oggetti - che però sono trappole, inganni, in quanto il sistema di riferimento in cui agiscono non è più quello abituale, ma il campo di prova per un'amplificazione semantica di vasta portata. Quasi un viaggio fantascientifico ai confini dei significanti, verso un luogo dove non ci sono più parametri certi e dove resta, alla fine, solo la pittura di Swennen, a fare universo a sé stante.

"Quando lo spiego - recita un celebre motto dell'artista - ho l'impressione di mentire".

E allora che menzogna sia, tanto capire non è l'obiettivo, almeno dentro la mostra.