Milano (TMNews) - La Triennale di Milano torna a occuparsi di moda con una mostra che mette alla prova designer, artisti, architetti e stilisti sul tema dell'abito da lavoro. Un modo per restituire al mondo delle griffe un posto in prima fila nella cultura del progetto, ma anche per ricordare che negli ultimi anni i vestiti si sono svincolati dalla professionalità di chi li indossa sul luogo di lavoro per indicare invece un singolo progetto di vita come sottolinea la curatrice Eleonora Fiorani: "E' potremmo dire un modo diverso di vestire fuori dalle tendenze, una moda infatti che è un'antimoda nelle riproposizioni che sono fatte". Un tema affidato a personalità molto diverse, come Vivienne Westwood o Angela Missoni, Alessandro Mendini o Elio Fiorucci, ma sempre interpretato con proposte ironiche e talvolta irriverenti. "Tutti i quaranta abiti, che sono stati progettati in modo molto diverso, raccontano questo progetto di vita. Abiti che espongono la riappropriazione di un'idea di precarietà che non è la precarietà di un lavoro che non c'è, ma una precarietà che è possibilità di reinventarsi, di rimettersi in viaggio, di vestire nuove identità". Emblema di questa ricerca è la proposta di Andrea Branzi che affianca a una camicia hawaiana e a classici pantaloni marroni un computer, cioè il principale strumento di quell'economia della conoscenza che libera i lavoratori da qualsiasi vincolo legato all'abbigliamento.