Milano (askanews) - Non è detto che l'arte debba per forza avere un significato o portare un insegnamento. Ci sono casi, però in cui questo succede e la bibliografia di uno scrittore come il rumeno esule negli Stati Uniti Norman Manea è, a nostro avviso, uno di questi. La sua biografia è segnata dagli orrori del Novecento, eppure oggi, a quasi 79 anni d'età, il suo sguardo al passato è privo di livore. "Anche le peggiori esperienze - ci ha detto in un incontro a Milano - hanno qualcosa da insegnarci, possono offrirci qualcosa. E inoltre la sofferenza è un'esperienza umana essenziale, che non dovremmo ignorare".In Italia per presentare il suo ultimo libro, la raccolta di racconti "Varianti di un autoritratto", Manea rappresenta in qualche modo una personificazione del rapporto tra vita e letteratura. E a proposito di quest'ultima, ecco la sua definizione: "Io credo - ha aggiunto lo scrittore - che la letteratura sia la più grande compensazione che ci può essere offerta. Le persone che amano o scrivono i libri sono persone che non sono felici nel caos molto limitato della vita di tutti i giorni, non è abbastanza. Per questo vanno in cerca di qualcosa in più, qualcosa di diverso, di più grande, di più profondo. E questo è uno stimolo per l'arte e la creatività in generale".Una creatività che, nel caso di Norman Manea nasce anche da modi diversi di guardare a quella cosa che, forse semplificando, chiamiamo realtà. E la dimensione fatalista è solo una delle componenti del ragionamento dello scrittore. "Alla fine la sofferenza ci raggiunge sempre - ha concluso - ma in certo senso si prende anche cura di noi".Detta da chi è passato per un lager quando era solo un bambino è una frase che fa un certo effetto.