Milano (askanews) - Passaggi, intersezioni, morti e rinascite. Si sente scorrere il senso di una vita - individuale e collettiva - nei lavori di Betye Saar esposti, per la prima volta in Italia, in Fondazione Prada a Milano, in occasione dell'antologica "Uneasy Dancer", curata da Elvira Dyangani Ose.

"Uneasy Dancer - ci ha spiegato la curatrice - è il modo in cui Betye Saar ha definito se stessa e la sua pratica artistica. Quello che abbiamo cercato di fare qui è concentrarsi su questa definizione, guardano al suo lavoro degli ultimi 50 anni, guardando alla sua storia personale, ai suoi ricordi, al modo in cui il suo universo privato è diventato una fonte di conoscenza".

Una fonte che è ricca di rimandi forti al mondo femminile e all'identità afroamericana, ma che manifesta anche una netta consapevolezza della storia dell'arte, a partire dall'ispirazione che Betye Saar ha trovato in Joseph Cornell per arrivare alla sua originale pratica dell'assemblage. Le opere in mostra trattano temi potenti, dolorosi, però la sensazione complessiva che si prova visitando la mostra allestita nella galleria Nord è anche, distintamente, di felicità. E l'artista, sorridente 90enne, conferma.

"Sono molto felice quando lavoro - ha ammesso -. Anche se i miei pezzi trattano di cose tristi, io sono felice. Mi piace raccogliere i materiali, è una sorta di gioco, mi piace mettere insieme le cose per creare una storia, fatta dagli oggetti e dalle mie parole".

L'universo creativo di Betye Saar, poi, dialoga anche con le altre mostre in corso in Fondazione Prada: se nei Kienholz il tema della razza era presente in forma violenta, ma comunque dal punto di vista di una coppia di artisti bianchi, in Theaster Gates e in Nastio Mosquito l'elemento della blackness è, oltre che biologico, fondativo.

"Era importante per noi - ha aggiunto Dyangani Ose - esporre un'artista che non solo presentasse una sua visione e una sua estetica sull'essere nero, ma anche qualcuno che dalla fine degli anni Cinquanta sta continuando a interrogarsi e a indagare sul tema razziale".

Un'indagine, comunque, che la stessa Saar definisce più legata all'idea di evoluzione che non di rivoluzione, centrata sulla trasformazione della percezione dei neri. E tra gli strumenti scelti dall'artista ci sono antiche fotografie delle quali non sappiamo nulla.

"Non c'è niente di davvero contemporaneo in queste fotografie - ha concluso Betye Saar - sono immagini che possono venire dai secoli scorsi e magari, guardando i vestiti, posso ipotizzare che questa sia degli anni Venti o Trenta... Comunque tutto viene dal passato".

La freccia del Tempo, però, in questo caso è circolare, così come lo è l'esperienza del mistero, che è parte del lavoro dell'artista americana. E alla fine le storie si ricompongono in una consapevolezza che è già alterità.