Mantova (askanews) - Ci sono i tre porcellini e c'è Le Corbusier. In mezzo un'idea, quella di casa, che da sempre accompagna la storia dell'umanità, ma che oggi può assumere una valenza diversa. Luca Molinari, architetto e docente, ha voluto guardare al tema dell'abitare da una prospettiva diversa e nel suo libro "Le case che siamo", edito da Nottetempo, è partito dal superamento dell'idea di privacy totale dello spazio domestico privato. "Oggi - ci ha detto Molinari da Festivaletteratura a Mantova - sempre di più la casa sta diventando un luogo di incontro e di scambio, molto più aperto, molto più sociale. E quindi la casa diventa un luogo nel quale modulare con più facilità quello che è solamente mio e quello che apro agli altri".

Al tempo della sharing economy, il ragionamento su una maggiore condivisione degli spazi privati è quasi un movimento naturale. Che poi, inevitabilmente, può assumere una valenza anche di più vasta portata.

"Penso - ha aggiunto l'autore - che oggi la casa sia veramente, molto più di certi spazi pubblici tradizionali, un luogo in cui ripensare il nostro rapporto con gli altri. Quando un pianerottolo non è più un luogo chiuso, ma ci sono tante porte che si aprono, quel pianerottolo diventa uno spazio aperto di connessione tra tante case che diventano un sistema".

Al cuore del ragionamento di Molinari, che scrive con leggerezza e che in molte parti del libro mostra una spiccata predisposizione al racconto, c'è il verbo al plurale e c'è quel noi che ha la funzione di ricomporre un terreno comune, partendo dal luogo che forse più di qualunque altro finora aveva alimentato invece l'idea di separazione.

"Io ho cercato di non fare un libro per architetti - ha concluso Luca Molinari - ma di riflettere sulla casa come luogo politico sociale, simbolico, di riflessione. Se tutti cominciamo a riflettere su che case siamo, forse guardiamo anche la nostra storia in maniera diversa".

Perchè, in fondo, come cantava Francesco De Gregori, è sempre vero che la storia siamo noi.