Milano (askanews) - Fin dall'inizio siamo chiamati a fare delle scelte: percorso verde o percorso giallo, con due diversi ingressi. Fin dall'inizio le opere e le installazioni in mostra ci pongono davanti a delle alternative delle quali non sappiamo nulla, quasi come se ci trovassimo, e poco dopo puntualmente accade, a camminare senza punti di riferimento in uno spazio completamente buio. Benvenuti in Pirelli HangarBicocca e, soprattutto, benvenuti nel mondo di Carsten Holler, che nello spazio milanese mette in scena la propria mostra "Doubt", curata da Vicente Todolì."Viviamo in una cultura - ci ha detto l'artista - che tenta di controllare il dubbio, di liberarsene, nella speranza di vivere in un mondo che sia più prevedibile, mentre il dubbio significa che le possibilità sono ancora aperte e le cose potrebbero andare in modo diverso".Possibilità che prendono la forma, come spesso accade con il lavoro dei maggiori artisti contemporanei, di una "esperienza", cha parte dalla produzione di dubbi per arrivare a ragionare, come stanno a dimostrare le molte giostre per adulti che si possono attivare all'interno della grande navata dell'Hangar, anche sull'idea di intrattenimento e sulla sensazione di leggera noia che spesso fa seguito a grandi aspettative. Perché nello strano Luna Park di Carsten Holler non si viene per stordirsi di adrenalina."Qui non si tratta di dimenticare - ha aggiunto l'artista - bensì di prendere consapevolezza di chi sei in questo momento, in questo spazio, e di rendere più intensa la sensazione del presente".Un presente che, nelle opere di "Doubt", assume anche l'aspetto di un grande esperimento nel quale gli spettatori sono invitati a essere, al contempo, soggetti attivi e indispensabili per il completamento delle opere di Holler, ma anche in un certo senso cavie in un grande laboratorio, che però, assicura l'artista, non ha nessun intento scientifico. E che, nello spirito dell'idea di arte relazionale, cambia completamente il modo di fruire una mostra, che da estremamente individuale e contemplativo diventa ora per molti versi collettivo."Invece di cercare di allontanare il rumore di fondo delle altre persone - ha detto ancora Holler - io voglio includerlo, si tratta di guardare il resto del pubblico e di essere a propria volta guardati. Questo è importante e ci trasforma in cavie, è vero, per gli altri, ma anche per noi stessi".Così quando si infila la testa nell'Aquarium che simula una visione subacquea del comportamento di un branco di pesci, oppure si guarda l'ipnotico video sui divi del rap congolese "Fara Fara", o ancora ci si ferma sotto i celebri funghi semoventi, si ha la sensazione, corroborata dalla presenza nell'installazione di una Marquee di Philippe Parreno, di trovarsi nel mezzo di una conversazione tra artisti, ma nella quale è coinvolto anche il pubblico. Con una importante precisazione."Non è una conversazione fatta con il linguaggio - ha concluso Holler - si colloca oltre il linguaggio. Credo che noi diamo troppa importanza al linguaggio, pensiamo di poter tradurre tutto, ma ci sono cose alle quali il linguaggio non può arrivare. Noi artisti non abbiamo sempre bisogno delle parole. Credo che questa mostra abbia molto a che fare con i luoghi dove il linguaggio non funziona più".E così l'emozione di entrare nel mondo condiviso ed estremo di Carsten Holler si potrà sperimentare a Milano fino al 31 luglio.