Roma, (askanews) - E' un inno al cinema e alla libertà di espressione "Taxi Teheran", il film del regista iraniano Jafar Panahi, Orso d'oro al Festival di Berlino, nei cinema italiani il 27 agosto. Panahi, condannato dal regime iraniano a non poter più realizzare film, sceneggiature, rilasciare interviste e uscire dal suo Paese, lo ha girato da solo, piazzando una telecamera in un taxi che ha guidato per le strade di Teheran. Il finto documentario è stato esportato clandestinamente. I passeggeri, anonimi attori non professionisti, con i loro dialoghi fanno affiorare un ritratto ironico e drammatico della società iraniana, e attraverso loro si denuncia soprattutto la negazione della libertà di espressione.Parlano di pena di morte, disparità tra uomo e donna, credenze. Ma è soprattutto il tragitto con la giovane nipote, a svelare paradossi e interrogativi sull'essere regista oggi in Iran, con i divieti imposti dalla censura.Panahi era stato arrestato nel 2009 per aver assistito a una commemorazione di una giovane manifestante, e nel 2010 ha trascorso 86 giorni in prigione, prima dell'interdizione a esercitare il suo mestiere. Non ha però rinunciato alla sua passione, perché, come ha dichiarato: "Niente può impedirmi di fare film, e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante".