Milano (askanews) - Che si tratti di una mostra con una forte componente politica lo si capisce subito: la prima opera in cui si imbatte il visitatore, infatti, è un grande elenco con tutti i 959 nomi degli iscritti alla Loggia massonica P2. "Io, Luca Vitone", allestita al Padiglione d'arte contemporanea di Milano, è la prima grande antologica sull'artista genovese, ora trapiantato a Berlino. Un progetto, curato da Diego Sileo e Luca Lo Pinto, che coinvolge anche il Museo del Novecento e i Chiostri di Sant'Eustorgio. Ma il cuore della mostra è al PAC, dove l'artista propone anche due pezzi site specific molto interessanti, entrambi derivazioni, per così dire, potenziate di suoi lavori precedenti. Il primo è la ricopertura completa del pavimento del museo con la mappa 1:1 della sua stessa planimetria; il secondo coinvolge tutte le pareti del PAC, ritinteggiate con un acquarello ottenuto a partire da polvere raccolta proprio negli spazi espositivi. In questo modo, ci ha spiegato Diego Sileo, Vitone ha affrontato il tema del tempo.

"La memoria - ha detto il curatore - è uno dei temi fondamentali della sua poetica e riesce a concretizzare questo aspetto attraverso i materiali di scarto che i luoghi producono, perché raccogliendo la polvere del PAC per quasi due anni raccoglie una sorta di traccia di passato, di storia".

Storia che per Vitone si intreccia spesso con le battaglie per i diritti e che prende anche la forma dell'iconografia anarchica, ma anche, come suggerisce il titolo della mostra, ha fortemente a che fare con la pratica dell'artista, che a inizio anni Ottanta cominciò realizzando scatole, e che ora ha provato a informare con il proprio approccio l'intero edificio.

"Qui - ci ha spiegato - siamo ritornati a una scatola e anche questo per me è molto autobiografico e mi fa piacere che siamo arrivati a questa scatola proprio perché c'è questo racconto".

Tra i dipinti monocromi che contengono in sé tracce dei luoghi in cui sono stati realizzati e installazioni sonore, Vitone analizza la propria carriera attraverso lo sguardo del pubblico, che non può non sostare affascinato davanti a un "Ultimo viaggio" che rimanda al reale itinerario in auto fino all'Iran che l'artista fece con la propria famiglia prima della rivoluzione khomeinista.

"Quell'esperienza è qualcosa che in un mondo che si è trasformato - ha raccontato Vitone - e che oggi apparentemente sembra più aperto, grazie al Web, grazie ai low cost, grazie a una televisione che dagli anni Novanta è diventata universale, con tutto questo in realtà il mondo è molto più chiuso, le persone hanno molta più paura, hanno timori. Tutte convinzioni che gli sono state inculcate da dei governi. Perché nei luoghi in cui invece di incutere paura si parla di convivialità, alla fine la gente vive".

La mostra del PAC, con il suo impegno, si collega in modo abbastanza chiaro alla recente esposizione dedicata a Santiago Sierra (e ad altre ancora precedenti) e offre una ulteriore testimonianza di un programmazione coerente e intensa. Magari perfino un po' scomoda.