Milano (askanews) - Una città sommersa, una storia di megalopoli e claustrofobia, un "underworld" che non è infernale, ma solo, fortemente infero. Entrare dentro "Double Bind", la più celebre opera dello scultore spagnolo Juan Munoz è un'esperienza intesa che Hangar Bicocca ripropone per la prima volta, dopo la prima e unica installazione nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra. L'occasione è la mostra "Double Bind & Around", curata da Vicente Todolì, nella quale ci si imbatte subito nel metodo di Munoz, che creava sculture libere nello spazio, non chiuse nella rigidità del gruppo scultoreo classico."Nello stesso modo in cui le figure attivano lo spazio intorno a loro - ci ha spiegato il curatore - invece di essere legate fisicamente, non c'è un messaggio, ognuno si costruisce il suo messaggio. E questa libertà che lascia allo spettatore è quel mistero che lo rende completamente fruibile, senza limiti".I limiti vengono varcati da molte delle 15 opere di Munoz esposte, in particolare dalle "Hanging Figure", drammatiche e misteriose al tempo stesso, fissate in un movimento che il silenzio rende ancora più evidente. "Lui - ha aggiunto Todolì - ogni volta che faceva una mostra, la faceva come un film muto. Perché il suono lo mette lo spettatore".Alla presentazione è intervenuto anche il presidente e ceo di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, che ha parlato delle ambizioni dell'Hangar Bicocca, sempre più punta del contemporaneo in Italia. "Questo è uno spazio molto speciale - ci ha spiegato - e dare un contributo perché la qualità anche nel mondo dell'arte contemporanea trovi in Italia un suo fulcro mi pare una priorità importante. E' un altro modo di esprimere le potenzialità del nostro Paese".La sensazione, alla fine del percorso espositivo, è quella di essere in qualche modo narratori in prima persona, custodi di un mistero, come quello rappresentato dai due ascensori, che ricorda quello evocato dai custodi dei racconti di Kafka. E quando, dopo il buio, si sbuca nella luce di "Many Times", il respiro riprende, ma insieme alla sensazione di essere ora prigionieri in una sorta di Castello d'If nel quale ci si muove guardando il sorriso silenzioso delle statue, ma rimanendo anche indecifrabili a noi stessi.