Milano (askanews) - "I Want to Believe" diceva il famoso manifesto della serie "X Files". Un messaggio che oggi è di estrema attualità anche nel campo dell'arte, come sta a dimostrare - guarda caso - la colossale mostra di Damien Hirst (anche lui probabilmente un alieno sospetterebbe l'agente Fox Mulder) allestita a Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia. Proprio sul "desiderio di credere" si sostiene l'architettura del progetto di Hirst, la cui forza narrativa aperta, tra il passato e il domani, tra la leggenda e il mercato, è ribadita dalla brillante curatrice Elena Geuna.

"Forse il nostro passato - ci ha detto durante l'opening della mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable - letto attraverso la mitologia, con i riferimenti al presente, ci permette di dare un occhio a quello che potrebbe essere il futuro? E sicuramente un modo nuovo di fare arte, un modo nuovo di fare narrazione, e qual è l'arte: la narrazione o l'opera d'arte? O sono entrambe insieme? Dov'è la finzione e dov'è la realtà? Sono queste le domande che uno si pone visitando la mostra".

Domande che però il contemporaneo solleva ormai di continuo, e che appaiono il sale di un'arte che cambia pelle e guadagna in forza e intensità. Così Wolfgang Tillmans ci permette di credere che in questa stanza della Tate Modern di Londra, pur davanti a tante sedie vuote, si sia tenuto un concerto in realtà mai andato in scena, oppure che lo spazio della Turbine Hall del museo londinese, uno dei centri nevralgici della ricerca artistica internazionale, sia diventato lo scorso anno un organismo vivente per mano di Philippe Parreno grazie alla installazione "Anywhen", curata da Andrea Lissoni che così ci aveva presentato il progetto complessivo: "Estendere l'opera nello spazio, ovunque, senza avere un oggetto centrale che rendesse visibile l'approccio tipico di Philippe".

Credere anche in ciò che non si vede, insomma, ma pure trovare la presenza nell'assenza, sia quella di un vero e proprio oggetto d'arte nel caso di Parreno, sia quella degli spazi bianchi su una tela iperrealista, che sono un po' una firma del lavoro di Stefania Fersini, artista torinese che gioca con gli specchi - come nel caso di un suo intervento del 2016 su Casa Fornasetti a Milano - e indaga lo spazio pregnante del vuoto. "C'è anche qui questo spazio bianco - ci aveva detto - che in realtà per me è il clou del lavoro. Un centimetro e mezzo per un centimetro e mezzo in quest'opera, però è uno spazio denso di contenuto. Il contenuto è proprio lì, in quel vuoto, che è l'unica porzione della tavola non dipinta".

Damien Hirst lo scrive chiaramente: "Somewhere between lies and truth lies the truth", ossia ciò che è vero sta da qualche parte tra le bugie e la verità (anche se in italiano si perde il brillante gioco di parole inglese). E per chi vuole credere, almeno per quanto riguarda l'arte contemporanea, conviene probabilmente partire proprio da qui.