Milano (askanews) - Dopo le celebri lampadine e i neon che richiamano al sublime matematico, si entra nei "Decision Corridors" e qui tutto è veramente buio. Questa immersione nell'oscurità è necessaria per poter poi accedere davvero allo spazio principale della mostra "Doubt" di Carsten Holler, curata da Vicente Todolì e allestita in Pirelli HangarBicocca a Milano. Un mondo nel quale ogni cosa ha un doppio volto, non fosse altro che per il muro di divisione che separa, ma con permeabilità, le due parti dell'esposizione. E lo spettatore, frastornato dalla privazione della vista nel buio, quando nuovamente apre gli occhi su questa sorta di luna park distopico, ritrova tutti i propri sensi, ma non le certezze su quello che potrà succedere da lì in avanti."Io non credo - ci ha detto Holler - che si possano fare davvero dei lavori sul dubbio, cioè in qualche modo descriverlo da una certa prospettiva... Quando lo fai il dubbio scompare perché si materializza: una delle caratteristiche del dubbio, infatti, è che non ha una manifestazione materiale".Il tema del materiale, della scomparsa dell'opera d'arte, era già stato al centro della mostra "Hypothesis" di Philippe Parreno, in questo stesso luogo, e una traccia fantasma del lavoro del francese resta, sotto forma di una sua Marquee che fa il paio con il globo "Yellow/Orange Double Sphere" di Holler. E ancora una volta la scomparsa avviene sotto forma di lavori che richiamano alla mente situazioni note - l'acquario, piuttosto che le macchine volanti alla Leonardo Da Vinci o le giostre - che qui però vengono, oltre che tolte dal contesto abituale, anche riprogrammate. Perché, come lo stesso Parreno insegna, il progetto resta più importante, per definire la soggettività, rispetto all'oggetto prodotto."Quello che mi sono riproposto di fare - ha aggiunto Holler - sono lavori che non rappresentano il dubbio, ma lo producono, attraverso, per esempio, l'esposizione del visitatore al dubbio".E allora la parola esposizione è un altro possibile grimaldello per scardinare - ovviamente senza mai riuscirci del tutto - il mistero di "Doubt". Perchè è quella che rimanda allo stato d'animo con cui un grande scrittore come David Foster Wallace ha affrontato la sfida principale della sua carriera: raccontare la società dell'intrattenimento. E se Wallace lo ha fatto con il monumentale romanzo "Infinite Jest", storia di "un entertainment fallito", Holler, similmente, lo fa sabotando le nostre percezioni e togliendo la componente di divertimento adrenalinico. La due grandi giostre di "Double Carousel" infatti girano pianissimo, quasi impercettibilmente. Ma se si indossano gli occhiali "Upside-Down Goggles", che ribaltano la visione, la sensazione di disagio potrà essere perfino più intensa che sulle montagne russe.E proverbialmente qui si può chiudere dicendo: "Che ci crediate o no".