Roma, (askanews) - Nella città vecchia di Nablus in Cisgiordania, Fatima Kadumy va a caccia di prodotti locali: oggi la cuoca palestinese, fondatrice del centro Bait al Karama, insegna a cucinare le verdure ripiene a una coppia di americani.Per lei cucinare è una forma di resistenza. "Viviamo tutti in territori occupati, dice. La gente pensa di dover fare la guerra ma ci sono modi più belli e meno violenti di combattere. La lotta per la cultura, la lotta per l'esistenza, per la nostra storia, sono alla radice del conflitto con Israele".Ma la lotta per la cultura mostra le somiglianze e non solo le differenze. Qui nella cucina del ristorante Abu Shukri nella città vecchia di Gerusalemme, il palestinese Yasser Taha custodisce gelosamente la sua ricetta dell'hummus, la pasta di ceci. "Gli israeliani" dice" hanno imparato da noi a fare l'hummus dopo l'occupazione. Sono venuti a mangiare sempre di più e poi hanno cominciato a dire che l'hanno inventato loro".Molti chef israeliani non sarebbero d'accordo. Ma da Abu Shukri ci sono tanti clienti israeliani e la tavola riunisce invece di dividere. Neta, israeliana, dice "spero che il cibo porti la pace. L'hummus piace a tutti".E non finisce qui; ci sono i falafel, le polpette fritte di ceci, o le melanzane al forno, e il riso; o i molteplici usi di 'ras el hanout', letteralmente in arabo il capo della drogheria: a seconda delle ricette 15 o 25 o 30 spezie diverse, dal pepe alla cannella ai chiodi di garofano, tritate e mescolate per insaporire le pietanze. Se la cucina è vita, le radici comuni di palestinesi e israeliani affondano nella notte dei tempi, strettamente intrecciate.