Venezia (askanews) - Sembrava che l'avesse sconfitta, la morte. Sembrava che avendone scritto in maniera così lucida e definitiva, così consapevole, niente avrebbe potuto più sopraffarlo. E invece, a ben guardare, tutta la bibliografia di Philip Roth, dai racconti di "Goodbye Columbus" del 1959 fino ai tardi capolavori come "Il Teatro di Sabbath" del 1995 o "Il fantasma esce di scena" del 2007, è stata un superbo catalogo dell'umano e l'umanità porta insita la propria fragilità e la propria fine. Così anche Roth, l'uomo che per decenni ha scritto da solo in piedi nella propria casa tra i boschi del New England, se ne è andato, a 85 anni, sfiancato da una malattia cardiaca cronica.

Gli ultimi anni per Roth, anche in questo un gigante, paragonabile probabilmente solo a J.D. Salinger, sono stati anni di silenzio. Il suo celebre addio alla scrittura era apparso a molti commentatori una scelta, in qualche modo, di ritorno alla vita dopo la letteratura. Una lettura sicuramente vera, ma alla quale va necessariamente aggiunta la considerazione che, alla luce degli ultimissimi romanzi "Nemesi" o "La mortificazione" -, la vena aurifera dello scrittore si era andata esaurendo, e lui ci piace pensare, dall'alto della sua lucidità solitaria, deve essere stato il primo a rendersene conto, nonché a dire, grazie, basta, vi ho voluto bene, adesso vado , come cantavano i Baustelle qualche tempo fa. Anche in questo un gigante, capace, con la propria compostezza, di fare dimenticare la pantomima del mancato Nobel e l'indifferenza, viene da dire ostile, dell'Accademia di Svezia. Alla fine, l unica (in realtà penultima) cosa che si può dire su questa vicenda è che Philip Roth è stato uno scrittore così importante da non avere bisogno del Nobel.

Arrivederci allora, Philip. E l'ultima scena di una carriera letteraria incredibile (quasi quanto una vita nella quale, per esempio, lo scrittore è stato anche, per un breve periodo, il fidanzato di Jackie Kennedy, già vedova del presidente) è giusto lasciarla al suo personaggio più oltraggioso e memorabile, quel Mickey Sabbath, satiro e burattinaio fallito, che come Falstaff e più di Falstaff ha preso su di sé il peso del mondo, della sua surrealtà e dalla nostra necessità di avere un giullare (tragico ovviamente, ma irresistibile) a cui dare la colpa di tutto. Sulla tomba di Roth lo immaginiamo portare dei fiori in modo nervoso, mentre con la mano sinistra in tasca continua nervosamente a stringere un paio di mutandine rubate dal cassetto della figlia dell'amico Norman.