Roma, (askanews) - Marco Tullio Giordana rende omaggio al coraggio di Lea Garofalo, la donna uccisa nel 2009 dal compagno perché si era ribellata alla 'ndrangheta, con la fiction "Lea", in onda su RaiUno il 18 novembre. A 15 anni dal film "I cento passi", sulla storia di Peppino Impastato, il regista racconta un'altra ribellione alla criminalità: la Garofalo denunciò il compagno, che gestiva lo spaccio di droga a Milano per una cosca calabrese: finì due volte sotto protezione, ma poi fu uccisa, e il suo corpo fu dato alle fiamme per cancellare le tracce. "Sono storie abbastanza simili" spiega Giordana: "anche lì c'è un contesto familiare, c'è una ribellione rispetto a questo contesto familiare, c'è la punizione tremenda, ma nel caso di Lea c'è qualcosa che non aveva Peppino Impastato, cioè una figlia, che ha avuto il coraggio di assumere quello che era stato fino ad allora il ruolo di ribelle della madre e di andare contro i suoi assassini, e quindi di reggere il peso del processo, della solitudine, il coraggio, che è una qualità rara".La figlia di Lea, Denise, denunciò il padre e così si arrivò alla condanna dei colpevoli, e ora la ragazza vive sotto un programma strettissimo di protezione. Per Giordana, Lea Garofalo, come Impastato, non devono essere ricordate come "vittime": "Nella vittima c'è l'idea della fatalità, del destino, di un incidente. Queste sono persone che sono state eliminate, perché erano degli ostacoli, dei pericoli per i criminali, e sono dei caduti, e la loro forza rimane anche dopo la loro morte".Il regista con Lea fa un racconto asciutto di una vicenda tragica e, a differenza di molte altre fiction, rifiuta ogni tipo di fascinazione nei confronti dei criminali: "Non sono sedotto dal criminale, non mi piace, ma questo non è un precetto per i cineasti. Istintivamente mi piacciono di più le persone che ne subiscono le conseguenze, che hanno l'ardire di opporsi ai criminali, di combatterli".