Torino (TMNews) - Una presa di posizione scomoda, che mette in discussione, in maniera sofferta ma brillante, il concetto stesso di vittima. Daniele Giglioli, docente di Letterature comparate, presenta il suo ultimo libro "Critica della vittima", edito da Nottetempo."Ho preso le mosse - ci ha spiegato dal Salone del libro di Torino - da un paradosso: quella che dovrebbe essere una condizione che chiunque vorrebbe evitare, diventa curiosamente un oggetto di desiderio, qualcosa che dà carisma, qualcosa che dà autorità, qualcosa che conferisce una sorta di innocenza, di immunità preliminare a qualunque critica".Da qui il possibile identikit della vittima. "E' qualcuno che non ha un bene da affermare - ha aggiunto lo studioso - e può, diciamo così, ritagliarsi uno spazio di autorità e di autorevolezza, di giustificazione per la propria azione, soltanto attraverso il fatto che ha patito".Giglioli, ovviamente, non prende di mira le vittime reali, delle guerre o delle carestie, ma chi, come secondo lui anche molti "potenti", sfrutta una presunta offesa per legittimare il proprio ruolo. In un processo che è tutto "in negativo". "A me sembra - ha detto ancora Giglioli - che la mitologia della vittima sia indice di una mancanza, una mancanza nostra, più generale, sia di chi fa la vittima, sia di chi non la fa, che non riesce a produrre un'idea positiva di bene, di quello che si sarebbe dovuto fare".Il critico, comunque, nel suo saggio non fornisce "soluzioni" solo, kantianamente, un metodo. "E' molto importante - ha concluso Daniele Giglioli - porsi la domanda. Io la risposta non ce l'ho, ma la domanda mi sembra essenziale, mi sembra urgente".