Roma, (askanews) - Musica 'nera' o bianca? Musicisti neri con senso del soul e più swing dei colleghi bianchi? Tutti miti che il musicologo Stefano Zenni sfata nel suo nuovo libro "Che razza di musica. Jazz, blues, soul: le trappole del colore" (Edt).

"Secondo me non ha molto senso parlare di musica nera, dovremmo piuttosto parlare della provenienza culturale, per cui parlo di musica africano-americana, ma senza dire che quella musica appartiene esclusivamente a quel mondo, perché altrimenti ricreiamo di nuovo delle divisioni. Mentre l'arte appartiene a tutti, a chi vuole partecipare ed è fatta da una mescolanza di contributi", ha spiegato il musicologo, intervistato a margine della presentazione del libro alla Feltrinelli di Perugia durante l'Umbria Jazz festival 2016.

E' quindi una pura questione di terminologia: gli aggettivi bianco e nero nei secoli hanno plasmato la nostra concezione di musica statunitense inscatolando e categorizzando le persone e gli stili musicali.

"Sono tutti cliché identitari: il nero che ha swing, il nero che ha ritmo, l'italiano che è melodico, il nordico che è freddo e magari più meditativo. Cliché identitari che poi alla prova dei fatti sono totalmente inconsistenti, non reggono la realtà delle cose. E' curioso però che spesso gli afroamericani hanno usato questi cliché per rafforzare la loro posizione nel mondo culturale statunitense.

La ricetta contro il razzismo, almeno quello musicale, il presidente della società italiana di musicologia afroamericana (Sidma) e docente di musica afroamericana in diversi conservatori d'Italia, ce l'ha:

"La parola identità secondo me andrebbe abolita, perché implica una separazione dall'altro, una distinzione, una chiusura, definire dei perimetri che nella realtà non esistono. Sono le culture, le popolazioni, le culture che ridefiniscono continuamente le loro relazioni e la mobilità delle appartenenze", ha concluso Zenni.

In sottofondo Accordi e Disaccordi, trio jazz ispirato a Django Reinhardt, padre del gipsy jazz.