Milano (askanews) - Un disco forte e contorto, come le radici a cui si aggrappa, frutto di una "gestazione" durata oltre un decennio. Vinicio Capossela torna con un doppio album, dal titolo "Canzoni della Cupa"."La Cupa è di solito una zona d'ombra, una zona dove batte poco il sole quindi per questo fatto è una zona più nascosta - spiega Capossela - è tutto un mondo che alla luce del nostro vivere contemporaneo è così nascosto, sotto, come questo posto e il fatto di entrarci dentro ci parla di un modo di fare le cose dove il tempo ha un valore differente".Il posto è l'Albergo Diurno Venezia a Milano, bagno pubblico anni 20, dalla bellezza "non dirompente" che proietta nell'atmosfera di un disco diviso in due, "Polvere" e "Ombra", così come il tour. Due aspetti dello stesso mondo rurale e di frontiera che ancora resiste, il cui racconto è affidato alla canzone popolare. "Io penso che quella che passa così come civiltà della terra contadina o le comunità dei paesi, è una cosa che anche se non pratichiamo direttamente esiste in noi, perché ne siamo costituiti".Una civiltà fatta di storie e personaggi ancestrali, che popolano il disco dalla prima all'ultima delle sue 29 canzoni, ricomponendo il mondo epico delle "terre dell'osso"."C'è la donna che va a pregare per il marito che sta morendo, c'è quella di facili costumi, ci sono un sacco di personaggi femminili, c'è una grande femminilità, poi c'è il lupo mannaro, il pumminale".Canzoni forti, dure come la terra che raccontano, in cui il lavoro finisce anche in sfruttamento, l'amore in disperazione, la festa in lutto. "Per fare festa bisogna essere disposti a dissipare qualcosa - conclude - la festa non viene mai data dagli altri. Il mondo a cui mi riferisco certamente ha terminato le sue feste, però è anche vero che è dentro di noi, sotterra, e basta spesso dargli l'occasione di uscire fuori, esiste in noi".