Milano (askanews) - Una ventata di aria fresca di cui si sentiva il bisogno. A cento giorni dalla sua nomina a direttore generale della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Braidense, James Bradburne ha fatto il punto, con stile inconfondibile e istrionico, sullo stato dei lavori in corso per arrivare a fare sì che Brera torni nel cuore di Milano e, soprattutto, il fruitore sia rimesso al centro. Un progetto a tutto tondo, senza inutili snobismi, che unisce il rigore culturale a una vocazione manageriale e che punta a finalmente a realizzare davvero, come già aveva immaginato il sovrintendente Russoli nel 1968, il progetto della Grande Brera. "Io sto lavorando - ci ha detto Bradburne - in grande spirito italiano, soprattutto ispirato da Franco Russoli: io non mi sento un rivoluzionario, se non per il fatto che c'è tanto da fare e nessuno fino a ora lo ha fatto. Io sono uno strumento per la realizzazione di sogni che sono già stati proposti".Sogni che concretamente si traducono in un riallestimento di tutto il museo nel corso di tre anni, ma senza chiusure, e la rinuncia alla realizzazione di grandi mostre, che potrebbero distogliere attenzione alla collezione. Nello stesso periodo Bradburne ha annunciato che i capolavori della Pinacoteca non si muoveranno da Milano e che il suo lavoro mirerà soprattutto alla valorizzazione di quanto Brera già offre. E citare icone come lo Sposalizio della Vergine di Raffaello o la Sacra conversazione di Piero della Francesca è probabilmente superfluo.Alla affollatissima conferenza di presentazione di questo primissimo bilancio di Brera era presente anche il ministro dei Beni e delle Attività culturali Dario Franceschini. "Brera - ha detto il ministro - è uno dei grandi musei europei, con una collezione straordinaria. Non ha avuto lo sviluppo, in termini di valorizzazione, che meriterebbe: basti guardare al numero di visitatori che ha e quelli che sicuramente avrà nel futuro. Mi sembra che Bradburne abbia messo molto impegno, molta dinamicità, che è esattamente quello che abbiamo chiesto ai direttori nuovi, ossia di utilizzare l'autonomia per una sfida di cambiamento".Un cambiamento che Franceschini, forse senza eccessivo clamore, sta portando avanti parlando in modo molto diretto, sottolineando per esempio che è ora di uscire "dall'orgoglio assurdo" del patrimonio che abbiamo ereditato, se poi in Italia si legge meno, si va al cinema a teatro o nei musei meno che negli altri Paesi.Aria fresca, si diceva all'inizio.