Venezia (askanews) - Il padiglione olandese è completamente rivestito di tessuto e la mostra presentata in questa 15esima Biennale di architettura di Venezia è dedicata a un colore, il Blue, qui chiamato a rappresentare tanto i conflitti in corso nel mondo, quanto gli elmetti delle truppe delle Nazioni Unite. Tiriamo le fila: l'israeliana Malkit Shoshan, curatrice del padiglione, si è concentrata sulla architettura del peacekeeping, partendo dall'approccio progressista utilizzato dai Paesi Bassi per contribuire alle missioni Onu. L'architetto propone un ampliamento delle linee guida di queste operazioni, per inserire il tema della Progettazione, accanto ai tradizionali elementi di Difesa, Diplomazia e Sviluppo.

Il punto di partenza è la constatazione che, al momento, le basi militari delle Nazioni Unite sono territori isolati e autosufficienti, avulsi dal contesto su cui insistono. L'ambizione di Shoshan è invece quella di trasformarle in un "catalizzatori di sviluppo", con un riferimento diretto al caso della base di Camp Castor a Gao nel Mali. Muovendosi nello spazio di Blue, dove la potenza estetica è minore rispetto ad altri padiglioni, ma compensata da un senso di fattibilità che potremmo anche definire morale (in linea con il taglio del curatore di questa Biennale di architettura, Alejandro Aravena), si vedono a poco a poco schiarirsi i percorsi e ci si ritrova, lentamente, a riflettere su un mondo la cui complessità problematica non appare esente da possibili migliorie.

L'architettura dal fronte, anche qui, come soggetto di un dialogo che, partendo dal modo in cui un campo militare potrà poi diventare un edificio vivo della comunità locale, coinvolge i progettisti, ma chiama in causa anche la dimensione politica a tutto tondo. Perché a volte le alternative possono essere costruite.