Venezia (askanews) - "Everything will be taken away". Sono le parole, memorabili e drammatiche, scritte sulle lavagne da Adrian Piper, Leone d'oro di questa Biennale d'arte 2015. Quasi un memento sulla inevitabile fine di ogni cosa, che si colloca perfettamente nel clima di imminente chiusura della 56esima mostra internazionale di Venezia, diretta da Okwui Enwezor e intitolata All the World's Futures. Futuri che, nella lettura del curatore nigeriano-americano, abbiamo dovuto cercare guardando al passato, per esempio attraverso il lavoro di un gigante come Bruce Nauman, i cui neon bruciano ancora oggi, oppure sfruttando la scala di Fabio Mauri, che sovrastava il suo indimenticabile, e già ultra ventennale, Muro occidentale o del pianto, circondato dai presagi, quasi cinematografici di una Fine necessaria.A scandire la conclusione della Biennale è anche la fisiologia di alcune opere, con il celebre Dead Tree di Robert Smithson che, mese dopo mese, si è addentrato ancora di più nel territorio della morte, oppure con l'arrivo di stanche ragnatele tra le installazioni, o ancora con le foglie cadute anche sugli alberi mobili di Céleste Boursier-Mougenot fuori dal padiglione francese dove, per ricordarci che anche dentro la Biennale arriva l'eco del mondo "reale", non mancano i biglietti di cordoglio per le stragi di Parigi.Fine fisiologica dunque, ma anche filosofica perché Enwezor ha scelto di riportare in primo piano Il Capitale di Marx, letto integralmente durante la Biennale, e con esso il senso di un'idea che, al di là degli esiti storici, era nata per dare una nuova lettura a quello che, oltre un secolo e mezzo fa, era il futuro. Lo stesso movimento che, nel padiglione svizzero, porta il passato denso e pregnante a diluirsi sempre di più, fino a scivolare nell'iper-contemporaneità farmacologica della piscina di Pamela Rosenkranz, una delle installazioni più interessanti di questa Biennale, oppure che, nel padiglione nordico, deflagra nell'esplosione di vetrate di Camille Norment, spalancando le porte a qualcosa di altro e di diverso. Un po' come fanno anche le monumentali e coloratissime rovine di Katharina Grosse.Forse l'icona di questa Biennale è però l'installazione in rosso della giapponese Chiharu Shiota, le cui chiavi sospese hanno raccontato un cielo diverso, popolato di ricordi da proteggere. Così come da proteggere resta la leggerezza di un lavoro come Blue Sail di Hans Haacke, immagine mobile di una utile e anti dogmatica provvisorietà.La stessa che anima Jeremy Deller mentre racconta del contraddittorio rapporto con il tempo che è andato e soprattutto quando celebra finalmente una giornata di libertà, anche dall'obbligo di essere arte. Uno dei possibili sensi di questa Biennale 2015 potrebbe stare anche qui: abbiamo guardato indietro per poter tornare a scrutare con consapevolezza davanti a noi, e allora da domani il terreno è pronto per tornare a pensare in termini di avanguardia.