Roma, (TMNews) - Un film sul potere della conoscenza e su temi forti e attuali come l'abbandono scolastico, l'immigrazione, la crescita di un ragazzo senza padre, e soprattutto l'adolescenza, un periodo decisivo della vita del regista Vittorio Moroni che ha voluto raccontare nel suo film, "Se chiudo gli occhi non sono più qui", indagando però sulla generazione di oggi, come ci ha spiegato."Sono stato ospite di una scuola per un mese, mi sono seduto tra i banchi, ho osservato, intervistato i ragazzi e gli insegnanti e da lì è cominciata la genesi della sceneggiatura che racconta di Kiko, un ragazzo che ha perduto il padre, interpretato da Ignazio Oliva, che vive con la madre di origini filippine, nei debiti, in un luogo sperduto del nord-est, con la sensazione di vivere in un pianeta sbagliato, ecco perché il titolo, 'Se chiudo gli occhi non sono più qui', è quel gioco che tutti abbiamo fatto da bambini quando il mondo intorno ci sembrava troppo brutto per essere accettabile, quindi chiudendo gli occhi ci sembrava di poter scomparire. A un certo punto, Kiko incontro una figura, Ettore, Giorgio Colangeli, che si propone di essere per lui un maestro, non un insegnante di sostegno, non qualcuno che cerca di farlo andare bene a scuola, ma qualcuno che cerca di dargli una speranza attraverso l'incontro con dei libri, con degli autori. Questa figura che sembra in grado di salvarlo, in realtà nasconde un'ombra che complicherà la storia durante il film". Il protagonista detesta il nuovo compagno della madre che lo costringe a lavorare. Non ha tempo per la scuola, va male, e alla fine decide di abbandonarla. E la scuola è un tema centrale nel film, che oltre all'uscita nei cinema, viene proposto alle scuole di tutta Italia con proiezioni e incontri e dibattiti, dando anche ai ragazzi la possibilità di partecipare a un concorso, elaborando un racconto su una crisi e sul suo superamento, che premierà il migliore con un workshop di cinema con il regista e lo sceneggiatore Marco Piccarreda.E sulla scuola di oggi Vittorio Moroni pensa che:"Sarebbe fantastico che la scuola riuscisse a non essere solo quel luogo che giudica, che rimanda indietro quelli che non sono pronti, ma riesca anche a occuparsi di quegli sventaggi che stanno prima dell'apprendimento. Forse è un'utopia, un'utopia di cui il film parla".