Roma (TMNews) - Un'intera carriera imprenditoriale svolta ai margini dei traffici e delle attività delittuorse di mafia e camorra e delle Bande della Magliana e della Marranella: sono i contorni della vita dell'imprenitore edile romano Danilo Sbarra, morto nel 2006, dopo aver messo da parte un patrimonio di oltre 26 milioni di euro, in beni mobili e immobili, grazie soprattutto al suo lavoro da usuraio e riciclatore per conto dei clan e dei gruppi criminali che operavano nella Capitale. Patrimonio ora sequestrato agli eredi di Sbarra dagli uomini della Guardia di Finanza di Roma.In particolare si tratta di 54 unità immobiliari tra Vieste e Sabaudia, 3 terreni tra Sabaudia e Latina, 5 automobili, quote societarie di 7 società operanti in Lazio e diversi conti correnti.Il legame trentennale tra Sbarra e la mafia è emerso sin dalle prime testimonianze di pentiti come Pasquale Galasso che definiva l'immobiliarista il prestanome degli investimenti immobiliari di Pippo Calò, ritenuto il cassiere della mafia e il referente romano del capo della Cupola, Totò Riina.Come una sorta di broker della malavita, Sbarra avrebbe reinvestiti (ripulendoli) anche i proventi dello spaccio di droga e delle attività illecite delle bande della Magliana e della Marranella. Lavoro che avrebbe assicurato alla malavita importanti benefici grazie al riciclaggio del denaro sporco e allo stesso imprenditore una rapida ascesa economica.