Luanda (TMNews) - È un ossimoro sociale, una cruda contraddizione in termini comune a molti paesi del Terzo mondo. L'Angola è il secondo più importante produttore di petrolio dell'Africa e la terza economia del continente. Eppure oltre metà della sua popolazione è costretta a vivere alle soglie della fame.A Luanda, la capitale, per esempio il 91% della popolazione non ha l'acqua corrente:"Qua non abbiamo l'acqua nelle case e dobbiamo venire fin qui per fare provvista".Eppure l'Angola esporta due milioni di barili di greggio al giorno e secondo le stime sta per superare la Nigeria come maggior produttore africano. Ma le statistiche ingannano."Malgrado il Pil si aggiri tra i 4 e 5.000 dollari a testa, questi dati non descrivono la situazione del paese. Si è scavato un gigantesco gap tra ricchi e poveri. Il coefficiente di Gini, la misura della diseguaglianza della distribuzione, è tra i più alti del mondo".Per alcuni si tratta di un effetto collaterale dell'industria petrolifera che impiega meno dell'1% della forza lavoro totale mentre i profitti entrano nelle tasche di una minoranza di superricchi che vivono in un'enclave che somiglia a una versione africana di Saint-Tropez. Dove possono godersi i ristoranti del lungomare di una delle città più care del mondo.I better off possono permettersi di essere ottimisti."L'Angola non si costruisce in un giorno. Ci vuole tempo ma il presidente sta facendo un ottimo lavoro per permettere al paese di riprendere a correre dopo la guerra".Ma per il resto della popolazione, la questione appare più problematica. La cosiddetta "maledizione dell'oro nero" deposita nella casse del paese ampie riserve di denaro mentre milioni di angolani sono costretti a sopravvivere con meno di due dollari al giorno.(Immagini Afp)