Messico, (TMNews) - El Paso, Stati Uniti, e Ciudad Juarez, Messico: due città divise solo da un fiume, il Rio Bravo, un confine labile che però fa la differenza fra la vita e la morte per i difensori dei diritti umani. A decine fuggono dalla cittadina messicana, uno dei più luoghi violenti del mondo per rifugiarsi oltre confine, lontano dai narcotrafficanti, ma anche dagli stessi militari. E' il caso di Saul Reyes Salazar e della sua famiglia, perseguitati per aver denunciato le violenze dell'esercito messicano: "In particolare ci hanno minacciato perché non stavamo zitti. Io credo che il governo era il più interessato di tutti al fatto che tenessimo la bocca chiusa".Da allora sono stati uccisi sei familiari di Saul, due fratelli, due sorelle, un nipote, una cognata. Dal 2008 ad oggi nello Stato di Ciudad Juarez sono stati assassinati 21 attivisti, come Marisela Oscobedo, uccisa sotto gli occhi di una telecamera di sorveglianza: chiedeva giustizia per l'omicidio di sua figlia, una delle vittime della strage senza fine di donne in città. E' per non fare questa fine che Saul è fuggito, ma pur sempre pagando un prezzo."Ora siamo qui in una situazione economica precaria, con poche possibilità di fare attivismo. Mi manca il Messico e penso che il sogno di ogni esiliato sia di poter tornare un giorno nel suo Paese".(immagini AFP)