Milano, (TMNews) - Anche la fede può diventare un brand. Una frase contro i matrimoni gay del presidente della catena di un fast food americano ha scatenato polemiche e proteste, ma la "Chick-fil-A" non è un caso isolato. Se questa azienda specializzata in pollo ha un proprietario che più volte ha dichiarato apertamente le sue idee religiose, altre società mescolano fede e business in modi più sottili."Forever 21" è negozio di vestiti per giovani donne che in fondo ad ogni sacchetto, scritto in piccolo, ha stampato il riferimento di un versetto del Nuovo Testamento, Giovanni 3:16, che recita "Perché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna". Le clienti sono sorprese. "Non vedo la connessione fra la Bibbia e lo shopping", dice stupita questa donna.Eppure lo stesso versetto biblico che spunta sulle tazze di "In and Out", famoso fast food della West Coast."Finché non discriminano gli altri, io penso che dovrebbero essere liberi di dire quello che vogliono", commenta una cliente.Secondo lo studioso di branding Tim Calkins però è una mossa pericolosa legare un marchio ad una religione, e, conclude "il caso della "Chick-fil-A" ne è la dimostrazione".